“Carlo Giuliani Ragazzo” recita il cippo in un’aiuola in Piazza Alimonda a Genova. E una data: 20 luglio 2001. È l’unica traccia in città del G8 del 2001, un luogo verso il quale la storia d’Italia continua a fare i conti anche dopo vent’anni. “Genova”, per tanti, per una generazione almeno, è diventata soprattutto quei giorni. Giuliani morì, colpito da un colpo di pistola esploso dal carabiniere Mario Placanica. Fu il picco ma non il culmine delle violenze di quel G8: nei giorni seguenti vennero i fatti della Scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.

Il G8 era previsto dal 19 al 22 luglio del 2001. Quattro giorni di riunione dei capi dei maggiori Paesi industrializzati. Il Presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. I manifestanti arrivarono da tutta Italia, da tutta Europa, da tutto il mondo. La sigla Genoa Social Forum riuniva associazioni anche molto diverse che operavano in campi diversi. Ambientalismo, anticapitalismo, anarchismo, sinistra radicale, no-global, organizzazioni contro le multinazionali e la grande finanza mondiale. “Un altro mondo è possibile”, uno slogan per tutti. Il movimento no-global era noto anche come “popolo di Seattle” dopo il G8 di due anni prima negli Stati Uniti. Anche in quel caso si erano verificati scontri. C’era anche il Blocco Nero, più noto come “Black Bloc”: più che manifestanti agitatori, che prendono nome da una tattica di protesta violenta.

E quindi il clima era molto teso già prima che cominciasse il vertice. I primi cortei la mattina del 20 luglio. Pacifici. La situazione però cambiò rapidamente. Fecero il giro del mondo le immagini di manifestanti in fuga, insanguinati, e delle cariche violente delle forze dell’ordine. Lanci di oggetti e lacrimogeni. I Black Bloc cominciarono quasi subito con atti di vandalismo, attaccando banche e supermercati, picconando l’asfalto e i marciapiedi per fare scorta di pietre e sassi. Poliziotti e carabinieri sono stati accusati di aver lasciato fare i gruppi violenti e di aver attaccato duramente i cortei pacifici. Una delle cariche più violente dell’Arma si abbatté sul corteo di circa 45mila persone su via Tolemaide. Due ore di guerriglia. Un gruppo di carabinieri si trovò in piazza Alimonda muovendosi da una strada laterale, via Caffa, verso il fianco di uno dei cortei più grandi che era stato autorizzato dalle autorità. I militari erano pochi, indietreggiarono, mentre i manifestanti li inseguivano.

Piazza Alimonda

Piazza Alimonda divenne un vicolo cieco. Due fuoristrada non blindati restarono bloccati. Tafferugli, barricate, lancio di oggetti. I defender non avrebbero dovuto trovarsi lì – avevano solo funzione di supporto – e furono presi d’assalto. Uno dei due restò intrappolato tra un cassonetto della spazzatura e la folla. All’interno il carabiniere Mario Placanica, 20 anni. Raccontò di essere andato nel panico, di aver estratto la pistola d’ordinanza e di aver minacciato i manifestanti che circondavano il veicolo. Una foto fece il giro del mondo: Carlo Giuliani, con il volto coperto da un passamontagna, che solleva un estintore verso la camionetta e sullo sfondo Placanica con l’arma in mano. Il militare sparò due colpi. Erano le 17:27.

Giuliani era figlio di Giuliano Giuliani e Adelaide Cristina Gaggio. Entrambi militanti, insegnante e sindacalista. Era nato a Roma nel 1978. Si era diplomato al liceo scientifico e si era iscritto alla facoltà di storia. Aveva svolto il servizio civile presso Amnesty International a Genova ed era volontario dell’Anlaids, l’Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids. Aveva un costume sotto i pantaloni perché inizialmente il 20 luglio doveva andare al mare. “Intorno alle 15:00 del pomeriggio era a Piazza Manin – ha raccontato la sorella Giuliani a Limoni, podcast di Internazionale di Annalisa Camilli – Dove c’era il presidio pacifico della Rete Lilliput, che viene caricata a manganellate dalla polizia. Carlo presumibilmente prende lì le prime botte. Poi scende in zona Brignole e via Tolemaide e si incrocia con il corteo che già da ore è stato caricato da carabinieri e polizia”.

Il primo dei proiettili esplosi da Placanica colpì Giuliani alla testa. La camionetta passò due volte sul corpo del manifestante, in retromarcia e poi per ripartire. Il 23enne era già morto quando l’ambulanza arrivò sul posto. Alle 18:00, nella prima conferenza stampa delle forze dell’ordine, la polizia parlò di un manifestante spagnolo probabilmente ucciso da un sasso. Si sarebbero inseguite e arricchite negli anni anche teorie alternative, depistaggi. Il frammento di proiettile che attraversò il cranio di Giuliani per uscire dall’altra parte non fu mai recuperato. Neanche la traiettoria del proiettile è mai stata chiarita del tutto. La famiglia ha sostenuto per anni che il colpo era stato esplicitamente mirato. La versione processuale parla di un sasso che intercetta il proiettile e lo devia sul volto del 23enne. Un’altra teoria solleva l’ipotesi del manifestante ferito con una pietra, appositamente, quando è già a terra, per mettere in atto un depistaggio.

“Non so se sia stato colpito con un sasso – raccontò Bruno Abile, fotoreporter francese, collaboratore dell’agenzia Sipa Press, a Repubblica, presente in Piazza Alimonda – Di sicuro, perché l’ho visto con i miei occhi, un poliziotto o un carabiniere lo colpì con un calcio in testa quando era già morto. Ho fotografato l’ufficiale nell’istante di ‘caricare’ la gamba, come quando si sta per tirare un calcio di rigore”. Le sue due macchine fotografiche sarebbero state distrutte dagli agenti.

Il processo

Nessun agente è stato indagato o processato per la conduzione dell’azione in piazza Alimonda o per il presunto depistaggio. Mario Placanica è stato prosciolto in fase istruttoria dall’accusa di omicidio colposo: legittima difesa. L’archiviazione cita la perizia che sostiene che il proiettile, prima di colpire Giuliani, venne deviato da un calcinaccio tirato in aria. “Il carabiniere non poteva agire diversamente perché l’aggressione al defender era violenta e virulenta, quindi Placanica aveva la giustificata percezione di essere in pericolo di vita”, recita la richiesta di archiviazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale la famiglia Giuliani aveva fatto ricorso, ha accolto la ricostruzione italiana in merito ai fatti specifici della morte, ma ha criticato la gestione dei sistemi di sicurezza attorno al vertice da parte dell’Italia. La Corte ha disposto un risarcimento di 40.000 euro ai familiari di Giuliani a carico dello Stato italiano e ha assolto lo stato italiano con sentenza definitiva nel 2011.

Placanica è stato dimesso dall’arma dei carabinieri nell’aprile 2005, perché valutato non idoneo al servizio, “per infermità dipendente da causa di servizio”, e per tale ragione “reimpiegabile nei ruoli civili dello Stato”. Placanica fece ricorso al TAR chiedendo una nuova perizia che lo dichiarò mentalmente sano. L’ex militare negli anni ha offerto versioni contrastanti, tra le quali quella secondo la quale non fu l’unico a sparare. “Quel giorno per me resta un trauma, trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Io non sono un carnefice, non sono un giustiziere. Quel giorno io non avevo la pistola per Mario Placanica, ce l’avevo per l’Arma dei carabinieri, per lo Stato italiano”, ha detto all’AdnKronos aggiungendo di essersi sentito “una pedina” e di voler incontrare la famiglia di Giuliani.

La famiglia

La famiglia non ha mai creduto alla versione ufficiale. “Un perito inventa lo sparo per aria deviato dal calcinacci – ha detto Giuliano Giuliani, padre di Carlo, a La Repubblica – La pistola è assolutamente parallela al suolo. Due foto dimostrano una pietra distante tre metri da Carlo moribondo ancora, e una successiva la pietra sporca di sangue vicino alla testa di sangue. È la chiara pietrata sulla fronte di Carlo per mettere in atto quello sporco tentativo di depistaggio che avviene un attimo dopo”. La giudice Daniela Canepa ha respinto questa tesi come “una pura congettura senza nessun elemento probatorio a suo sostegno”.

Giuliano Giuliani ha detto quindi all’AdnKronos: “In qualche modo sono entrambi delle vittime anche perché io, se devo fare l’elenco dei responsabili dell’omicidio di Carlo, Placanica lo colloco all’ultimo posto. Al primo ci sono quelli che comandavano quel reparto, i due carabinieri ufficiali, che poi hanno fatto una carriera spettacolosa, e il vicequestore che per la polizia ‘associava’ il reparto. Perché la domanda ovvia è questa: se la camionetta viene assaltata, per usare una parolona, da cinque, sei, sette ragazzi, è possibile che a nessuno di quelli che comandavano sia venuto in mente di dire ai cento carabinieri che stavano a 10 o 15 metri di distanza, ‘andiamo a difenderla’? E allora i primi responsabili dell’omicidio di Carlo sono proprio coloro che comandavano quel reparto”. Giuliano Giuliani ha detto di non essere interessato a incontrare l’ex carabiniere Placanica.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.