Era un burbero buono. Salvava vite umane ma anche coscienze. Era un partigiano, nel senso più alto e nobile del termine: parteggiava per i più indifesi tra gli indifesi. Era contro la guerra, senza se e senza ma. Perché lui i disastri delle guerre li ha toccati con mano. Perché non ha mai considerato le centinaia di migliaia di esseri umani che con gli “angeli della solidarietà” di Emergency ha curato in ogni angolo del pianeta, degli “effetti collaterali” di quelle sporche guerre combattute per difendere privilegi e potere.

Mi accorgo solo ora, ad articolo iniziato, di aver infranto la grammatica giornalistica. Ma per chi gli ha voluto bene, anche per i suoi difetti, è difficile scrivere che Gino Strada è morto. Difficile perché la memoria torna indietro nel tempo, alle telefonate interrotte dal fragore di una bomba esplosa vicino a uno dei tanti ospedali che Emergency ha impiantato nel mondo. Gino è una delle persone, non molte, che ha saputo coniugare in tutta la sua lunga e avventurosa esistenza, idealità e concretezza. È stato un idealista, mai ideologo, Gino, e il suo ideale più grande è stato l’amore per l’umanità. Per la vita. Al tempo stesso, è sempre stata una persona concreta, che ha sempre schivato i salotti mediatici dove si spargono lacrime di coccodrillo quando muore sotto le bombe un bambino o un corpicino senza vita viene trovato e fotografato su una spiaggia del Mediterraneo. Lui quei bambini li ha curati, salvati, protetti. E dire che vivrà nei loro cuori non è fare facile retorica.

Gino non le mandava a dire. Se c’era qualcosa che detestava – odiava no, perché era un sentimento che non gli è appartenuto – era il politically correct. Semplicemente, non gli apparteneva. A chi era saltato su una mina antiuomo o colpito in un bombardamento o in un conflitto a fuoco, non ha mai chiesto con chi stava. L’umanità non ha una tessera di partito o una divisa. Ma Gino, da partigiano quale era, sapeva distinguere il carnefice dalla vittima, il torto dalla ragione. Era buono, certo, ma mai buonista. Era per la pace, certo, ma per lui pace senza giustizia era una parola subdola, priva di valore. Era una voce libera. Di più. Era una voce scomoda. Perché le sue denunce erano chirurgiche, come il bisturi che ha avuto tra le mani per una vita.

Nato a Sesto San Giovanni – la “Stalingrado rossa” nel 1948, chirurgo di guerra per il Comitato internazionale della Croce Rossa in scenari come l’Afghanistan e la Somalia, ha fondato Emergency nel 1994 con la moglie Teresa Sarti. Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1978, all’età di trent’anni, si è poi specializzato in Chirurgia d’Urgenza. Viene assunto dall’ospedale di Rho facendo poi pratica nel campo del trapianto di cuore fino al 1988, quando si indirizza verso la chirurgia traumatologica e la cura delle vittime di guerra. Nel periodo 1989-1994 lavora con il Comitato internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia ed Erzegovina. Nel 1994 fonda Emergency, un’associazione umanitaria internazionale per la riabilitazione delle vittime della guerra e delle mine antiuomo che, dalla sua fondazione nel 1994 alla fine del 2013, ha fornito assistenza gratuita a oltre 6 milioni di pazienti in 16 paesi nel mondo. Lo so, Gino, tu sei stato molto di più e la ricostruzione di ciò che hai fatto ti sarebbe apparsa fredda, e anche un po’ pomposa.

In tante e tanti gli devono la vita, ma guai a definirlo un filantropo, avrebbe sbraitato. L’Afghanistan gli è rimasto nel cuore. E il destino, o per chi crede, altro, ha voluto che la sua morte sia coincisa con l’uscita, ieri, su La Stampa di un suo articolo sulla tragedia che quel martoriato Paese sta vivendo in questi giorni, in queste ore: “Così ho visto morire Kabul”. «Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista», ha scritto sul quotidiano torinese. Misurava le parole, Gino. Ne coglieva il peso e il valore. E quando si riferisce alla guerra scatenata dall’Occidente vent’anni fa, usa il termine “aggressione”, che certo non si ritrova nella stampa mainstream.

Ho perso il conto delle interviste che abbiamo fatto. Una, però, mi sembra che dia il senso di chi sia stato Gino. Era dicembre 2015. «Essere definito un ‘utopista’ per me è una benemerenza, non certo un’accusa. Ma in questo caso penso di essere un ‘realista’. Perché non c’è niente di più ‘realista’ che battersi per abolire la guerra. E trovo davvero incredibile che l’assemblea generale delle Nazioni Unite in tutta la sua storia non abbia mai posto questo tema all’ordine del giorno». In quell’occasione, lo avevo intervistato per Left. Aveva da poco ricevuto dal Parlamento svedese il “Right Livelihood Award” (Premio al corretto sostentamento), il Premio Nobel alternativo. Parlando davanti ai parlamentari svedesi in occasione della consegna del premio, aveva detto: «Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200 pazienti per scoprire che meno del 10 per cento erano presumibilmente militari. Il 90 per cento delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo il “nemico”?». «Chi paga il prezzo della guerra?».

Quanto ai buoni propositi professati dai sostenitori delle guerre “giuste”, “necessarie”, “umanitarie”, Gino dette queste risposta. Chirurgica. «Le guerre, quelle degli Stati, come dei gruppi terroristi, si combattono con le armi, tra cui le mine anti uomo, prodotte anche da imprese italiane. L’80-90 per cento delle armi in circolazione sono prodotte e vendute dai cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli stessi (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) che dovrebbero vigilare sulla pace e la sicurezza del mondo. Gli armaioli sono i pacificatori! Ciò spiega molto dei buoni propositi e del perché l’abolizione della guerra non ha trovato mai spazio di discussione all’Onu. Ma questo non deve far venir meno l’impegno di quanti, e siamo in tanti, credono che la guerra sia peggiore di tutti i mali che pretende di risolvere. L’alternativa è la rassegnazione, la resa, la complicità persino». E lui complice, rassegnato, inerme, non lo è stato mai. Nel suo vocabolario non esisteva la parola “delega”.

Tanto meno se riguardava i Grandi della Terra. «Non possiamo pensare che a risolvere i problemi siano le stesse persone, i governi, i leader, che le guerre l’hanno volute – mi disse allora -. La prima cosa è capire, studiare, dibattere, creare movimento, su come espellere la violenza dalla storia dell’umanità. È una cosa difficile? Non lo so. Molte volte abbiamo sbagliato le previsioni, e quello che sembrava impossibile si è invece realizzato e viceversa. Certamente, se non si pone il problema non se ne uscirà mai. La guerra non significa altro che l’uccisione di civili, morte e distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra. Esserne consapevoli ci dà la spinta, l’energia, le motivazioni, gli argomenti per provare a realizzare questa “utopia”. Perché la guerra non si può ‘umanizzare’, si può solo abolire. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolirla è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Se saremo in tanti a pensarlo questa ‘utopia’ può essere realizzata». Sì, Gino era un utopista. Un utopista-realista.

Non ha mai creduto che la guerra fosse una condanna senza appello insita nel destino dell’uomo. No, Gino era l’esatto opposto di un fatalista. «In un mondo come quello di oggi, dove i conflitti si moltiplicano in continuazione e si espandono, dove le armi disponibili potrebbero distruggere il pianeta, è ragionevole o no porsi il problema di come se ne esce? Io credo che sia la cosa più ragionevole. Abolire la guerra è una prospettiva molto più ragionevole che continuare a far finta di niente e continuare con questa pratica devastante. Il fatto che bombe e armi abbiano segnato, marchiato a sangue, il nostro passato, non vuol dire che debbano essere parte obbligata del nostro futuro. La guerra non è iscritta nel destino dell’umanità!».

Se n’è andato a 73 anni. Era malato di cuore. Cecilia, sua figlia, ha scritto su Facebook: «Amici, come avrete visto il mio papà non c’è più. Non posso rispondere ai vostri tanti messaggi che vedo arrivare, perché sono in mezzo al mare e abbiamo appena fatto un salvataggio. Non ero con lui, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere – continua – beh, ero qui con la ResQ – People saving people a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Vi abbraccio tutti, forte, vi sono vicina, e ci sentiamo quando possiamo».
Ciao Gino, partigiano della vita. Che la terra ti sia lieve.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.