Ormai siamo assuefatti a vicende giudiziarie come quelle che hanno interessato l’on. Nicola Cosentino, già sottosegretario in un Governo della Repubblica, parlamentare di lungo corso, arrestato con accuse gravissime, detenuto in custodia cautelare per circa tre anni, espulso dalla politica e dalla vita pubblica, condannato in primo grado ad una pena molto severa, ed ora assolto, dieci anni dopo, “per non aver commesso il fatto”. Tra l’altro, leggo che si tratta della seconda assoluzione. Ovviamente, i tifosi della forca permanente e i tenutari della contabilità delle disgrazie giudiziarie altrui ci tireranno fuori quel terzo o quarto processo in cui pende una condanna, o una richiesta di condanna, o una impugnazione del P.M., ma ragionare con costoro è del tutto inutile. Solo dei fanatici irresponsabili possono non comprendere che qui in gioco, oltre naturalmente alla vita ed alla dignità delle persone, è la stessa credibilità della giurisdizione nel nostro Paese.

Non bastano a riscattarla, purtroppo, giudici indipendenti e coraggiosi che sanno assumersi la grande responsabilità di assolvere a dieci anni di distanza, senza farsi condizionare da nessuna altra valutazione che quella dei fatti sottoposti al proprio giudizio. Non è per niente facile. Onore a loro e ai tanti loro colleghi che sanno garantirci questo, ma una giurisdizione che debba fare affidamento su virtù eccezionali -e in certi contesti quasi eroiche- del giudice, è una giurisdizione che ha già rinnegato sé stessa. Le questioni che queste ormai ordinarie vicende di malagiustizia squadernano davanti ai nostri occhi sono evidentissime. Per prima, ovviamente, la durata irragionevole dei processi. Converrete che se un imputato impiega dieci anni per vedere riconosciuta la propria innocenza, a tutti potrete imputare responsabilità nel trascorrere impietoso del tempo fuorché alla sua attività difensiva. D’altronde, il principio costituzionale della ragionevole durata del processo è dettato a garanzia dell’imputato, non a contenimento o compressione delle sue garanzie difensive.

Quel comando costituzionale interroga dunque, ed innanzitutto, la durata delle indagini. Dal momento in cui l’Ufficio di Procura si assume la responsabilità di iscrivere qualcuno nel registro degli indagati, occorre individuare un termine di prescrizione dell’azione penale, ovviamente proporzionato alla gravità del reato ed alla complessità delle indagini. Le indagini devono avere una deadline temporale oltre la quale non deve essere possibile trascinarle. Ed al contempo, una volta esercitata tempestivamente l’azione penale, occorre reintrodurre quell’elementare principio di civiltà, annientato dalla riforma Bonafede, che pone un termine di prescrizione del reato contestato. Se lo Stato non riesce a pronunciare entro un termine ragionevole una sentenza definitiva sulla colpevolezza o l’innocenza del cittadino che ha accusato, ha il dovere, il sacrosanto dovere, di rinunziare ad esercitare la propria potestà punitiva.

Ciò che non può accadere è che sia la persona imputata a pagare, oltre ogni ragionevolezza, la inefficienza dello Stato. La indecente ubriacatura mediatica che ha accompagnato la riforma populista della prescrizione ha diffuso nella pubblica opinione la storiella grottesca degli “avvocatoni” che fanno prescrivere i reati. È almeno dal 2006 che ciò è tecnicamente impossibile. Ripeto: tecnicamente impossibile. Qualunque istanza, anche la più ragionevole e motivata (impedimento professionale del difensore, malattia o altro impedimento dell’imputato, sciopero, rinvio della udienza comunque richiesto ed ottenuto dalla difesa) determina la sospensione del corso della prescrizione. Inoltre, nel corso di questi ultimi 15 anni i termini prescrizionali dei reati, soprattutto quelli di maggiore allarme sociale, sono stati innalzati fino ad oscillare tra i 15 ed i 45 anni. Di fronte a questa semplice constatazione, i fanatici cantori della riforma populista della prescrizione farebbero bene a vergognarsi.

La seconda questione è altrettanto chiara ed impellente, e riguarda la constatazione che nessuno sia mai chiamato a rispondere di simili fallimenti giudiziari. Ci troviamo di fronte ad un potere tanto micidiale quanto del tutto irresponsabile. Lasciamo perdere, per un momento, la responsabilità civile e perfino quella disciplinare: ma è davvero mai possibile che chi ha imbastito e poi legittimato simili vicende giudiziarie non sia chiamato a risponderne nemmeno in termini di valutazione di professionalità, e dunque di carriera? Molto spesso sono indagini che, oltre a maciullare la vita delle persone ingiustamente imputate, sono costate milioni e milioni di euro in intercettazioni, consulenze, impegno di personale e mezzi di polizia giudiziaria. Ebbene, è francamente incredibile che nessuno possa chiedere conto, in nessuna sede, nemmeno del denaro che è stato speso per avviare e svolgere quelle indagini poi dimostratesi infondate.

Se dovessimo individuare la distorsione più grave ed insidiosa per gli equilibri democratici di una società, non potremmo avere dubbi: un potere – amministrativo, legislativo, giudiziario – esercitato, senza alcuna forma di responsabilità, nemmeno la più attenuata o indiretta. Il ripetersi sempre più allarmante di vicende come quella da ultimo occorsa all’on. Nicola Cosentino dimostra per fatti concludenti che quella distorsione della vita democratica è da troppo tempo inoculata come un virus nelle radici del nostro sistema istituzionale. Lo capiremo, prima o poi?