Nicola Cosentino è stato assolto in secondo grado nel processo fantasiosamente denominato “Il principe e la scheda ballerina”. Le Procure spesso ricorrono a immagini molto cinematografiche per dare un titolo alle loro inchieste. A loro piace così: immaginare il processo come un film di avventura, leggero, divertente, dove, se tutto va bene, vincono i buoni, cioè i Pm, e pèrdono gli imputati. Stavolta invece ha vinto Cosentino. Ex deputato di Forza Italia, ex dirigente politico in Campania, ex sottosegretario. Era stato condannato in primo grado a cinque anni e mezzo, era stato massacrato sui giornali e le Tv, indicato come camorrista oltre ogni ragionevole dubbio, incarcerato per circa quattro anni, rovinato politicamente, gli erano stati sequestrati tutti i beni di famiglia, era stato ridotto in povertà, contro di lui i partiti democratici di centrosinistra avevano votato mozioni a ripetizione, i giornali pubblicato titoloni, le tv e gli opinionisti pontificato tra gli applausi della plebe.

I giudici dell’appello gli hanno detto però che è innocente: non ha corrotto, non ha concusso, e tantomeno ha fatto ciò in “modalità mafiosa”, come aveva sostenuto la Procura e come avevano confermato – come succede quasi sempre – i giudici di primo grado. Cosentino è una brava persona. Volete sapere cosa diceva di lui, per esempio – ne scelgo uno a caso – Marco Travaglio nel 2014, e cioè quando la persecuzione giudiziaria contro di lui culminava col primo arresto? Leggete qui.  «Fino a pochi anni fa Cosentino è stato sottosegretario all’Economia, con delega al Cipe. Mangiava i soldi dei contribuenti al fianco di Tremonti, nonostante si sapesse da tempo che era legato a clan camorristici.
Bastava passare da Napoli per sapere chi era Cosentino e su cosa aveva basato la sua carriera politica. Adesso non è più parlamentare, quindi le intercettazioni possono coinvolgere direttamente e si scoprono più cose. La libera stampa su queste cose era arrivata da tempo, ma tutti aspettano sempre che intervengano i giudici… Non si può pensare che questa gente cambi, andrebbe tenuta lontana dalle istituzioni…».
Le cose stanno esattamente così.

Travaglio non è una mosca rara, è il leader del giornalismo giudiziario in Italia, è un’icona, è un mito anche per i giovani professionisti. E la sua idea è questa. Per condannare una persona basta passare da Napoli. Per dire che è camorrista non serve neppure il condizionale, l’indicativo va benissimo. E non serve un tribunale, basta il sospetto di un giornalista. Dopodiché si prende questa persona e la si bastona ben bene, la si esclude dalle istituzioni in attesa che un giudice, senza prove, lo sbatta in gattabuia. E poi lo si insulta, una volta che lo hanno catturato, lo si insulta quanto si vuole, tanto è in prigione, è al massimo della sua condizione di debolezza, non può reagire, può essere sopraffatto come si vuole. Sì, sì: bullismo, vigliaccheria. Rileggevo l’anno scorso la Colonna infame di Manzoni. Sono passati quattrocento anni da quei tempi? Da quei giudici? Non mi pare. Certo, per fortuna i sospettati non li squartano più materialmente. Ora lo fanno moralmente. Certo: è meglio. Però lo spirito è quello: Travaglio o suoi allievi giornalisti, oppure il tribunale della colonna infame, siamo lì.
La storia di Cosentino è complicata da raccontare. Perché è molto lunga. Spesso è così: quando qualche Pm decide di metterti in mezzo, poi non finisce più. Cosentino ha subìto quattro processi brutti.

Le prime accuse risalgono al 2011. In due processi, quelli nei quali gli si contestavano i reati, è stato assolto, dopo che in primo grado era stato condannato, in tutto, a una dozzina abbondante di anni di galera. Nel terzo processo è ancora in ballo. Condannato in primo grado ora va in appello. L’accusa è la famosa accusa che non c’è: «concorso esterno in associazione mafiosa». Concorso per far che? Niente. L’accusa si basava sul collegamento tra questo reato e quelli per i quali è stato ora assolto, e cioè i reati di avere corrotto e concusso, insieme alla camorra, per far quattrini e per ottenere voti. Ma ora è accertato che non ha corrotto, non ha concusso e non c’entra niente con la camorra. Resta l’accusa di concorso esterno, che assume un aspetto persino un po’ ridicolo in questa occasione. Sarà impossibile non assolverlo, ma magari servirà ancora qualche anno.

Nicola Cosentino è in ballo da nove anni, avrà bisogno ancora di quattro o cinque anni per uscire dalla burocrazia kafkiana che lo sta travolgendo. Poi potrà provare a rifarsi una vita, ma sarà difficile, molto difficile. Il quarto processo del quale parliamo invece è giunto a condanna definitiva. Condanna pesante: tre anni (già scontati abbondantemente). Perché? È accusato di aver dato un po’ di euro a una guardia carceraria perché gli procurasse delle zeppole a carnevale. Sono quei dolci fritti con la crema e lo zucchero sopra. Lo so: non ci credete. E invece è esattamente così: tre anni per le zeppole.

E il reato è stato consumato perché l’imputato era in prigione, cioè in un luogo dove non doveva essere e dove invece stava per colpa di alcuni magistrati pasticcioni e incapaci, i quali – statene certi – non dovranno rispondere a nessuno. Come non risponderanno i giornalisti che hanno linciato Cosentino e ora, vedrete, non troveranno neppure il coraggio e l’umiltà per chiedergli scusa. A voi tutto questo non sembra una vergogna? A me sì. Solo mi auguro che almeno il mondo politico riconosca i propri errori. Hanno linciato un innocente, hanno chiesto che si mettesse in cella il loro collega, lo hanno costretto alle dimissioni e a non presentarsi alle elezioni.  Troveranno la coerenza per dire: che cretini, che balordi che siamo stati! Quante sciocchezze si fanno per genuflettersi ai Pm!