Quale sarà la sfida maggiore da affrontare per costruire un nuovo ordine mondiale in grado di essere finalmente una comunione di popoli, mi chiedeva un amico circa un anno fa (regnanti ancora Biden e Francesco), nel quadro di un’intervista. Anzitutto, rispondevo, i ‘popoli’ sussistono più a lungo in ‘comunione’ o ‘comunità’, sia al loro interno sia tra di loro, che in conflitto (armato). Perché le tattiche di convivenza, nei (e tra) gruppi umani, sono ordinate a prevenire il conflitto che la stessa prossimità genera.

Potremmo pensare (e si è pensato) il Decalogo biblico anzitutto come alta regolazione di/tra gruppi umani, per prevenirne il disordine e l’autodistruzione. Proprio le Norme o Parole che ci appaiono teologicamente secondarie rispetto all’elevatezza del “Non avrai altri dèi di fronte a me”, ovvero: il “Non desiderare la casa del tuo prossimo” o “Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava ecc.” (cito la recensione di Esodo 20, ma cfr. Deut 5) hanno nel gruppo umano una rilevanza enorme. Sono cemento della sussistenza, sono diritto (nel senso di codificazione) di natura. I Profeti hanno la visione della Pace, raggiunta (anzi donata) dopo la distruzione del regno e la servitù; ma è un’altra narrazione, è visione delle cose ultime, è teologia della storia, è materia per ‘virtuosi’.

Il Decalogo (concretamente norma giustiziabile) continuerà a regolare severamente le convivenze di comunità, sempre sull’orlo dell’offesa e della vendetta. Ma non basterà ad evitare l’eccezione trasgressiva di un furto, di un omicidio, di un adulterio, ma queste saranno trasgressioni, non opzioni indifferenti. Inoltre, non servirà a delegittimare la guerra. Il “non ucciderai” non riguarda né lo ius ad bellum (come non riguarda lo ius gladii) del sovrano, che sono sotto il segno della Giustizia che il sovrano garantisce e amministra.

Capivo cosa si sperava rispondessi (una istanza cristiana di pace e una deprecazione dei conflitti in corso) e mi scusavo per il mio inguaribile realismo biblico e agostiniano. Ma il problema è questo: un uomo, ovvero la famiglia umana, esonerati dalle condotte sanzionate dal Decalogo, ai quali basti “une morale sans obligation ni sanction” per essere virtuosi, e propriamente ‘pacifici’ non esiste. Non esiste anzitutto nell’antropologia cristiana, che concepisce l’uomo come libertà e finitezza, e proclama ‘beati’ i portatori o attori di pace. L’obligation e la sanction resteranno perché resterà (non importa quanto ricodificata) la trasgressione come tale.

Guerre offensive o difensive, ma sempre sotto il segno di una Giustizia sovrana o che si autoproclama tale, non potranno non esserci. La cristallizzazione normativa di uno status quo regionale o mondiale esige, oltre a tribunali sui generis, difensori armati che la tutelino. Poiché ogni cristallizzazione, unica mossa possibile per stabilire un punto di partenza, non può essere ‘giusta’ per tutti, e non è dato che la pace compensi l’ingiustizia o la deprivazione, anche solo presunte. Il ‘portatore di pace’ evangelico (Matteo 5.9) ‘democratizza’ (Dupont) e trasfigura il modello ellenistico del sovrano pacificatore.