Il nuovo arresto dell’ex senatore Giancarlo Pittelli non ha indignato molto il mondo politico. Il mondo politico si indigna se arrestano qualcuno in Venezuela, o in Turchia, o in Thailandia, o in Egitto. Se in Italia prendono un avvocato, ex parlamentare, e lo sbattono in cella perché ha scritto una lettera alla ministra Mara Carfagna, il mondo politico non si indigna. O forse si indigna, ma l’indignazione se la tiene nell’intimo. Perché? Perché se la fa addosso di fronte ai Pm, cioè a quei Pm che sanno il fatto loro e che considerano la possibilità – grazie alla compiacenza di un Gip – di arrestare la gente e metterla, più o meno, alla tortura, come uno degli aspetti più interessanti e forse eccitanti del proprio lavoro.

La storia di Pittelli l’ha raccontata benissimo Tiziana Maiolo, ieri, su questo giornale. Non serve tornarci. In sintesi, questo avvocato Pittelli è stato arrestato con accuse gravissime, incorniciate dal reato fantasma di concorso esterno in associazione mafiosa; poi le accuse si sono sgretolate una ad una ed è rimasto solo il reato cornice, che in queste condizioni diventa ancora più surreale. Non solo è un reato associativo (che già di per sé è un reato molto discutibile) non solo questo reato associativo esiste fino a un certo punto perché comunque in realtà è solo “concorso” (si potrebbe dire “concorso in concorso”), e non solo questo strano reato associativo è contraddetto – in punta di diritto e di vocabolario italiano – dall’essere l’imputato esterno (estraneo) all’associazione, e quindi, evidentemente, innocente; ma per di più, con la caduta di tutte le altre imputazioni di merito, si scopre che questa associazione era una scatola vuota. Dico io: ma se una associazione a delinquere non commette delitti, e tu comunque non ne fai parte, ma come è possibile considerarti colpevole di qualcosa?

Colpevole o no, Pittelli è stato tenuto un anno in isolamento a Badu e Carros, carcere di massima sicurezza per terroristi e mafiosi. Lontanissimo da casa. Mai interrogato dal suo Pm. Ridotto allo stremo delle forze e poi, finalmente, mandato ai domiciliari. Ma siccome dai domiciliari ha scritto una lettera a Mara Carfagna lo hanno arrestato di nuovo, accusandolo, credo, di epistolaggio illecito. Ma se il governo di un paese straniero venisse a scoprire che in Italia si arresta così la gente, e si perseguita un ex senatore, secondo voi ci sarebbe poi da scandalizzarsi se questo governo decidesse qualche sanzione economica nei confronti dell’Italia? L’unico che si è indignato per la vicenda Pittelli è Marco Travaglio. Il quale le ha dedicato molto spazio sul suo giornale e anche il suo editoriale. Ma non s’è indignato per l’eccesso di manette ma per il difetto di manette. Dice Travaglio che il delitto di Pittelli è spaventoso. Perché? Perché – e questa è anche la motivazione del giudice che ha dato il via libero all’arresto – con quella lettera Pittelli ha tentato di inquinare il processo.

E come lo avrebbe inquinato? Forse Mara Carfagna ha il potere di influire sulle decisioni di Gratteri o dei giudici? Oppure è stato stabilito il principio che un imputato, accusato di reati infamanti, anche se si ritiene, e forse è, innocente, non ha il diritto di difendersi pubblicamente e deve comunque accettare la gogna come privilegio inalienabile dei pubblici ministeri, cioè degli inquisitori? Perché mai – mi dovrebbe spiegare qualcuno – un imputato non può scrivere a una sua ex collega raccontandogli le angherie subite o che ritiene di aver subito? E come questo può essere considerato un crimine? Credo che ormai neppure a Cuba sia negato questo diritto di parola agli imputati, ma forse mi sbaglio. Travaglio poi – ho visto, e la cosa mi ha fatto sorridere – se la prende anche con me perchè nella lettera di Pittelli c’è scritto che io non lo ho mai abbandonato e che conosco perfettamente le carte del processo. Dice il mio amico Marco: Scandalo, Scandalo, dunque un giornalista ha messo il naso nella carte del processo invece di accontentarsi delle dichiarazioni dei Pm? Dice Marco che questa è una vergogna, perché i giornalisti che cercano di capire consultando la difesa invece dell’accusa, sono dei gazzettieri…

Francamente non so come spiegarglielo il mio punto di vista. Il fatto è che tra me e lui c’è una fortissima differenza generazionale. Quando io ho iniziato a fare questo mestiere mi hanno insegnato che il giornalista deve fare le bucce al potere. Non a chi subisce il potere. In un processo, il potere lo hanno i Pm e gli imputati lo subiscono. Allora – mi hanno insegnato in quell’epoca lontana – bisogna stare bene attenti che i magistrati non approfittino del loro potere, e non bisogna dare mai per buone le cose che dicono, ma cercare di vedere le carte e capire che c’è dentro.
Il mio amico Marco, che è molto più giovane di me, ha iniziato a fare il giornalista, credo, dopo “mani pulite”. E dopo “mani pulite” è cambiato tutto: si è stabilito che il giornalista perbene doveva credere al Pm e non rompere i coglioni. Lui è cresciuto così, difficile fargli credere che fosse più ragionevole il vecchio metodo. Probabilmente Montanelli – che spesso lui dice sia stato il suo maestro – si è dimenticato di dirglielo. E lui, Marco, non si è accorto che Montanelli fu uno dei pochi – per esempio in occasione del caso Tortora – che usò il vecchio metodo che ora lui aborre, e non si fidò né dei Pm né dei giudici.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.