Neanche fosse un pacco postale, l’avvocato Giancarlo Pittelli è stato finalmente lasciato libero di tornare a casa, dopo esser stato di fatto sequestrato indebitamente per tre giorni nel carcere di “San Pietro”, a Reggio Calabria. Mancava il braccialetto elettronico, e senza di quello gli amici del procuratore Gratteri non lo lasciavano andare. L’ex parlamentare di Forza Italia è l’unico politico ancora prigioniero delle inchieste dei magistrati calabresi, quindi su di lui si mena forte. Era ai domiciliari con il suo bel braccialetto elettronico che gli stringeva la caviglia, dopo che nel dicembre di due anni fa era stato arrestato nel blitz di cui va orgoglioso il procuratore Nicola Gratteri, quando il 19 ottobre scorso era finito di nuovo in carcere.

Questa volta l’inchiesta era condotta dalla procura di Reggio Calabria nei confronti della cosca Piromalli e si chiama “Mala Pigna”. Ma come? Ma l’ultimo provvedimento votato dal governo Draghi dopo l’ampio consenso avuto anche dalle due commissioni giustizia di Camera e Senato, non dovrebbe aver abolito i set cinematografici e i nomi di fantasia delle inchieste giudiziarie? Evidentemente in Calabria non si usa così. Non si applicano le leggi, a quanto pare. “Mala Pigna” ha dunque trasformato l’avvocato di Catanzaro in pacco postale. Ricordiamo prima di tutto che Giancarlo Pittelli non è accusato di aver ucciso né rapinato né stuprato. E neanche di aver commesso uno dei reati tipici delle cosche mafiose, cioè le minacce, le estorsioni, i ricatti, piuttosto che il traffico di stupefacenti. Niente di tutto ciò. Siamo alle solite, al reato che non c’è, all’evanescenza di quel “concorso esterno” che è utile solo alla vanità di certi inquirenti per sbarcare sulle prime pagine dei giornali, e poi nei Tg e infine anche in qualche talk show. Nel caso dell’avvocato Pittelli, una volta è accusato di scambio di opinioni, di pissi pissi bau bau con gli uomini del clan Mancuso, in un’altra con gli accoliti della cosca Piromalli.

Viene sempre messo in discussione il modo di svolgere la professione di difensore, quasi come si ritenesse che in Calabria sarebbe meglio che nessun avvocato debba assistere gli indagati per mafia, e si mettesse in guardia chi invece lo fa, con le inchieste giudiziarie. Nel caso di Pittelli le legnate sono a andate giù pesanti, fin dall’inizio dell’inchiesta “Rinascita Scott”. Carcere duro a Nuoro per otto mesi, lontano da familiari e difensori, poi domiciliari con braccialetto elettronico. Come se si potesse ipotizzare una fuga dell’indagato. Sempre trattato, nelle pubbliche dichiarazioni dei magistrati, come un leader, se non proprio un capo della ‘ndrangheta. Pur se esterno. Il dottor Gratteri lo considerava “…l’anello di congiunzione tra il mondo di sopra e il mondo di sotto, il raccordo tra la mafia e la società civile, tra la mafia e la massoneria”. E il gip aveva fatto eco definendolo “Giano bifronte”. Ma sono passati due anni, è anche cominciato il processo a Lamezia senza che mai uno straccio di prova sia emerso nei confronti dell’avvocato Pittelli.

Poi, proprio quando qualcosa si stava muovendo a suo favore, perché almeno gli fosse restituita la sua libertà e la possibilità di difendersi nell’aula senza vincoli e senza braccialetto alla caviglia, ecco che si svegliano all’improvviso i procuratori di Reggio Calabria. E siamo alle solite, con i sospetti che un avvocato non sia un difensore ma un complice, uno che fa il trombettiere portando qua e là notizie riservate delle inchieste giudiziarie. Come se l’Italia non fosse da molti anni il luogo dove alcuni pm e rappresentanti delle forze dell’ordine dedicano un po’ del loro tempo a depositare atti d’indagine riservati direttamente in edicola. O, sempre più spesso, sulla scrivania di Marco Travaglio e dei suoi “complici” di redazione. Complici in bravura, naturalmente!

C’è da domandarsi, da chiedere al gip di Reggio Calabria che ha disposto l’arresto e al pm che l’ha chiesto: era proprio necessaria la custodia cautelare in carcere? C’era veramente pericolo che l’avvocato Pittelli tentasse di scappare, di inquinare le prove o di ripetere il reato? Stiamo parlando di uno che, in un modo o nell’altro, era ristretto da due anni. Che cosa poteva combinare? Ma se non era libero neanche di fare una telefonata o di affacciarsi sull’uscio di casa. Eppure, alle sei del mattino –l’ora in cui nel Regno Unito di un tempo arrivava il lattaio- si erano presentati “quattro gendarmi” e gli avevano messo le manette ai polsi. Poi via in auto, o forse con il comodissimo blindato, da Catanzaro a Reggio Calabria. L’unico vantaggio nell’andare in galera, è che ti tolgono il braccialetto elettronico. Un piccolo sollievo, che infine diventerà però l’intralcio alla libertà. E sì, perché venerdi scorso il tribunale del riesame aveva accolto la richiesta degli avvocati Salvatore Stajano e Guido Contestabile e trasformato la custodia in carcere in domiciliari. Ed ecco il problema, perché per gli inquirenti del processo “Rinascita Scott” l’avvocato Pittelli avrebbe dovuto indossare ancora il braccialetto elettronico, anche se questo non era richiesto da quelli di Reggio. Come fare?

Il “monile” indossato per tanti mesi dall’ex parlamentare di Forza Italia non c’era più, evidentemente era stato assegnato a un altro detenuto. Per capire come mai ciò sia accaduto, perché ci sia tanta fame di braccialetti, bisognerebbe ricordare la storia di questi strumenti dal 2001 a oggi, che nel corso di vent’anni ha visto impegnati ministri dell’interno che si chiamano Enzo Bianco, Beppe Pisanu, Annamaria Cancellieri, Marco Minniti. Fino all’ineffabile Alfonso Bonafede. Sono stati spesi centinaia di milioni e non ce ne sono mai a sufficienza. L’ultimo appalto da 45 milioni di euro per 12.000 pezzi nel 2017 è stato vinto da Fastweb. Il primo lotto era stato affidato vent’anni fa a Telecom. L’anno scorso però ne mancavano ancora 12.000, proprio nei mesi in cui il decreto “Cura Italia” aveva condizionato al loro uso la possibilità per detenuti condannati a reati non gravi di scontare gli ultimi sei mesi alla propria abitazione. Nel 2020 ne sono stati prodotti solo 4.700.

Ma come è possibile? E, senza voler accusare nessuno, come mai a nessun pm è venuta la curiosità di capire il perché di questa grave disfunzione? Forse la risposta è una sola: si vuole più carcere. Così il pacco postale Pittelli è stato sequestrato tre giorni nell’istituto di pena “S. Pietro”. Ma stiamo parlando di un caso conosciuto. Vorremmo sapere a quanti altri prigionieri capita ogni giorno di essere privati per giorni e giorni del proprio diritto a un po’ più di libertà, di aria pura. Ogni giorno in prigione è lungo un secolo di sofferenza. Importa a qualche toga o a qualche divisa? O magari a qualche giornalista?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.