Ci ha scritto una lettera disperata l’avvocato Giancarlo Pittelli. È agli arresti domiciliari, rigidissimi, dopo aver passato più di un anno in una cella buia, in un carcere speciale (quello dove un tempo erano imprigionati i terroristi) in Sardegna, lontanissimo da casa. È stato accusato di vari reati collegati alla ‘ndrangheta ed è imputato al maxiprocesso Rinascita Scott, che è in corso a Lamezia Terme. Pittelli è un avvocato molto famoso a Catanzaro, è stato deputato e senatore della Repubblica, è un personaggio prestigioso. Il processo Rinascita Scott è il fiore all’occhiello del lavoro del Procuratore Nicola Gratteri in Calabria. È stato presentato in varie fasi dai giornali italiani con grande clamore.

S’è detto e si è scritto persino che questo processo è quasi una ripetizione del famoso maxiprocesso di Palermo, anni 80, quello nel quale Falcone e Borsellino misero la mafia con le spalle al muro. Al maxiprocesso di Palermo erano sul banco degli imputati gli autori di circa 300 omicidi e tutto il Gotha della mafia siciliana del dopoguerra. Una cosa enorme. Rinascita Scott è paragonabile al maxi-processo forse solo per il numero di imputati, che sono quasi 400. Capi mafia però non ce ne sono. E neanche delitti di sangue. Estorsioni, traffici di influenze, usura, corruzioni, e molta associazione a delinquere, sempre utile in assenza dei cosiddetti reati fine. Nel senso che l’associazione, di solito, dovrebbe servire a organizzare dei delitti: se non organizza nessun delitto è una associazione a delinquere – come dire? – in sonno.

È legittimo criticare quel processo, e il grande numero di arresti (moltissimi poi revocati dalla Cassazione)? Non so. Non mi interessa criticare il processo. L’ex procuratore generale di Catanzaro, tra l’altro, che lo criticò, si prese un bel calcione dal Csm che con misura urgentissima lo degradò e lo trasferì a circa 1000 chilometri di distanza a Torino. A me non credo che mi possano degradare o trasferire, però è sempre bene andare cauti. La forza del processo Rinascita Scott, purtroppo, sta tutta in quel nome, che è probabilmente l’unico nome famoso, e l’unico, comunque, che possa in qualche modo servire a chiamare in causa la politica. Il nome di Pittelli, voglio dire. E quindi si capisce perché ci sia molta resistenza all’idea di riconoscere la sua innocenza. O comunque, almeno, di riconoscere la presunzione di innocenza, e di conseguenza, visto che – di sicuro – Pittelli non potrà più inquinare le prove, non potrà fuggire all’estero né reiterare il reato (ora vedremo perché), concedergli la libertà provvisoria in attesa del processo. Cosa che spesso avviene anche per delitti molto più gravi di quello attribuito a Pittelli.

La lunga carcerazione, in condizioni terribili, ha segnato in modo assai duro l’avvocato Pittelli. La sua forza fisica, la salute, la condizione nervosa. Lui ora sta molto male. È giusto, è legittimo, preoccuparsi per la sua salute, oppure se uno è imputato non ha più diritto ai sentimenti e alle cure che si devono, di solito, agli esseri umani? Gran parte dei reati che gli erano stati imputati sono caduti. Ne è rimasto uno solo. Lo accusano di avere rivelato una dichiarazione segreta di un pentito, e in questo modo danneggiato le indagini. Lo avrebbe fatto con una telefonata che è stata intercettata. Nella telefonata, a un cliente, Pittelli si riferisce alla testimonianza (secretata) di un pentito, un certo Andrea Mantella, il quale – dice Pittelli secondo l’accusa – avrebbe scritto una lettera alla madre per accusare il fratello. Rivelando questo segreto, Pittelli avrebbe commesso vari reati. (Simili, credo, a quelli commessi in modo anonimo, e mai puniti, da molti magistrati che rivelano ai giornalisti abbondanti segreti di ufficio. Del resto che siano proprio loro, i magistrati, di solito a rivelare i segreti, lo ammise qualche anno fa in una intervista proprio Nicola Gratteri). C’è un però. Quando Pittelli fece quella telefonata, la notizia della lettera alla madre era stata già pubblicata da un giornale calabrese. Dunque non era molto segreta. E le accuse al fratello non erano ancora avvenute.

Comunque ormai la macchina del processo è partita e non può essere fermata. Può però essere interrotto il sequestro in atto del senatore Pittelli. Che da due anni abbondanti ha la vita distrutta, le amicizie abrogate, non può lavorare, ha perso tutta la sua clientela, ha ricevuto un danno morale, psicologico, fisico professionale ed economico di dimensioni gigantesche. Si può fare qualcosa per attenuare questo regime di tortura? Non credo che il procuratore Gratteri, a questo punto, abbia più nessun potere; se invece, per caso, ancora ha la possibilità di influire su una decisione di scarcerazione, glielo chiedo con tutta la cortesia di cui dispongo, dimenticando tanti anni di polemiche contro di lui: per favore, dottor Gratteri, compia un gesto. Il futuro della ‘ndrangheta, la sua sconfitta o la sua vittoria ( ed è questa la partita che lei si sta giocando con foga, passione, impegno, questo è certo, anche se io penso anche commettendo molti errori) non dipende dalla liberazione di Pittelli.

Un gesto umanitario che in nessun modo può determinare l’esito del processo è sempre un gesto saggio e positivo.
E se Gratteri invece non ha più nessuna possibilità di influire sulla decisione, mi rivolgo a chi può influire. Non ha senso trattare così un essere umano. Molto, molto probabilmente Pittelli è innocente e sta pagando un prezzo assurdo alla sua innocenza. Se invece risulterà colpevole, sarà punito: ma dopo la condanna, non prima. Dopo l’intero svolgimento del processo. Non sto chiedendo di abolire lo stato o di stracciare la legge. Solo sto chiedendo un po’ di umanità.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.