Pare impossibile trovare un tribunale indipendente che possa giudicare il maxiprocesso di Nicola Gratteri. Prima era stata la stessa Dda a porre la questione dell’incompatibilità nei confronti della prima presidente designata Tiziana Macrì. E la ricusazione era stata fatta propria dalla corte d’appello di Catanzaro. Ora sono gli avvocati, un bel gruppetto di dieci, a ricusare altri due giudici del collegio per una questione sostanziale. Il giudizio della sentenza “Nemea” è un’anticipazione di convincimento su “Rinascita Scott”.

L’avvocato Francesco Stilo, ancora ai domiciliari nonostante le gravi condizioni di salute, ha preso la parola personalmente, anche per lamentare le difficoltà a sottoporsi a visite specialistiche. Ma soprattutto per indignarsi per esser sempre sospettato di essere un “messaggero” di informazioni tra mafiosi. E di vederlo scritto da magistrati che dovrebbero non avere pre-giudizi. L’attuale presidente Brigida Cavasino e una delle giudici laterali Gilda Danila Romano, avevano emesso, insieme a Tiziana Macrì, la sentenza del processo “Nemea”, che era stato una sorta di antipasto del maxiprocesso in corso nella aula bunker di Lamezia. E che era stato uno dei più colossali flop dell’ipotesi dell’accusa, con 8 assoluzioni su 15 imputati e le condanne dei restanti dimezzate rispetto alle richieste della Dda. Le motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, sono molto esplicite nello sconfessare alcune deposizioni dei pentiti: chi è stato assolto (e scarcerato) non aveva proprio commesso i reati di cui era stato accusato. Cioè non c’entrava niente.

Tutta questa vicenda, che pare intricata ma in realtà ha profili di politica giudiziaria molto netti, ha molto a che vedere con il sogno del procuratore Gratteri di diventare il Falcone di Calabria. E anche di purificare la sua regione (per poi ricostruirla “come un Lego”) tramite un grande processo, derivato da due blitz del 2019 e 2020, “Rinascita Scott” e “Imponimento”. I primi arresti avevano poi subìto scremature da parte di diversi organi giudicanti, inoltre gli imputati avevano scelto diverse opzioni processuali, anche se poi è capitato per esempio all’avvocato Giancarlo Pittelli, che aveva deciso per il processo immediato, di ritrovarsi “ritardato” e gettato nel pentolone del rito ordinario, iniziato nello scorso gennaio.

Il processo “Nemea” era una costola di “Rinascita Scott”, le motivazioni della sentenza lo dicono esplicitamente, anche per la concomitanza di alcuni imputati nei due processi. Tiziana Macrì era la presidente del tribunale, Brigida Cavasino e Gilda Danila Romano le due giudici laterali. Il problema si era posto fin dalle prime battute del maxiprocesso. Qualche giornale calabrese ne aveva parlato, prendendo di mira in particolare la presidente Macrì, una giudice molto stimata e poco condizionabile. Il tribunale si era comunque insediato. Ma era successo qualcosa di strano.

All’improvviso, durante le vacanze di natale, la Dda aveva ricusato la presidente (e solo lei), ma non per il processo “Nemea”, ma per una questione formale su cui differenti sezioni della corte di cassazione avevano dato pareri discordanti. E cioè per aver firmato, nel suo precedente ruolo di gip di Catanzaro, la proroga di un’intercettazione. La corte d’appello aveva confermato: fuori Macrì, ma dentro le altre due giudici. È stata la lettura delle motivazioni con cui le tre giudici avevano emesso la sentenza “Nemea” a far scatenare gli avvocati, che leggevano in quelle pagine non solo i nomi dei propri assistiti, ma anche la definizione di “unico disegno criminoso” nei fatti ricostruiti nei due processi. Un unicum, insomma. E pre-giudizi che impediscono alla prova di formarsi in aula, come vuole il codice di procedura.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.