Il governo Conte-Mastella-M5s-Pd, cioè il terzo governo di questa legislatura, stenta a decollare. Per vari motivi. Il pallottoliere ondeggia tra i 155 e i 158 voti. Il Magic number al Senato è 161 e il premier dovrebbe, martedì, salire al Colle con una maggioranza sicura alla Camera (quasi scontata) e una “idea” di maggioranza al Senato e proporre al Capo dello Stato un governo di minoranza.

Non l’arma migliore per “la nuova alleanza politica in grado di gestire la fase della vaccinazione di massa e del rilancio economico del paese”. Il Pd, dopo gli strali di giovedì («Iv è inaffidabile, mai più con Iv» cit. Zingaretti, Orlando e Franceschini, quest’ultimo obtorto collo) ieri ha ribadito che «è stato Renzi a mettersi fuori da solo» ma ha voluto ricordare che «il tema della verifica e del rilancio dell’azione di governo non è stato ancora scelto». Sullo sfondo c’è l’eterno cantiere del congresso del Nazareno: Zingaretti ha già messo in conto il ritorno di Bersani & c; Franceschini l’alleanza strutturale con M5s; Base Riformista è terrorizzata da entrambe le prospettive.

La prospettiva di andare a governare adesso con i voti della senatrice Binetti, simpatica ultra cattolica, della senatrice Lonardo coniugata Mastella e del senatore Sarcone sarebbe difficile da spiegare all’elettorato. Con quale prospettiva poi? Portare voti al nuovo partito di Conte che una volta al voto potrebbe mangiare consenso al Pd?

Il quadro cambia in continuazione. Ed è già diverso da giovedì quando la segreteria politica del Pd ha esultato «finalmente ci siamo liberati di Renzi». Il web ha memoria lunga e in queste situazioni regala perle preziose. Come un post su Facebook, datato 25 luglio 2019, c’era ancora il governo giallo-verde, come questo litigavano su quasi tutto, Salvini ballava al Papeete ed era in modalità conto alla rovescia.

Rassicurava allora Conte: «Che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative o che io voglia addirittura dare vita ad un mio partito, è pura fantasia. Non facciamo i ragionamenti da Prima Repubblica. Restituiamo alla politica la sua nobiltà. Voliamo alto». Dopo un mese è nato il governo giallorosso, servito sul piatto dallo stesso Matteo Renzi pur di non dare pieni poteri a Salvini. Dopo un anno il simbolo di “Insieme-Con-Te-presidente” è stato depositato da un notaio. Palazzo Chigi smentisce.

In politica mai dire mai e oggi siamo alla fine del governo giallo-rosso e agli albori del Conte-Mastella-Pd-M5s. “Come si cambia, per non morire” è una bellissima canzone di Fiorella Mannoia che però di sicuro non pensava alle alleanze politiche. Più realista del re Beppe Grillo: «Alleanze con tutti per il bene dell’Italia». Dai volta-gabbana puniti con multe salatissime e incostituzionali ai responsabili promossi a costruttori.

È messa così la situazione politica: un premier indebolito, agenda ferma, paese bloccato quando invece ci sarebbe bisogno di programmare, fare, costruire. Trovare il modo di fronteggiare la pandemia. A chi chiede perché Renzi ha provocato la rottura nella maggioranza fino alle dimissioni di Bellanova e Bonetti basta mostrare il troppo lungo elenco di cose da fare e che ancora non sono state fatte: riforma della pubblica amministrazione e semplificazione della burocrazia, riforma della Giustizia, sbloccare i cantieri.

Nel mezzo di una pandemia che ha fatto più di 70 mila morti – l’incidenza più alta tra i paesi occidentali rispetto alla popolazione – che dopo un anno non sappiamo ancora gestire. La risposta è quindi semplice: ammettere che questa squadra di governo ha esaurito la sua spinta – non c’è niente di male dopo un periodo così intenso – e cercare un’altra squadra, non è detto per forza un altro coach, per giocare i tempi supplementari e provare a vincere.

Un’occhiata al pallottoliere. A ieri sera Conte poteva contare su 155-158 voti sicuri. Così composti: 92 M5s, 35 Pd, 6 di Leu, 3 del Maie (tra cui Merlo e Fantetti responsabili del nuovo gruppo Maie-Italia 23 in cui son confluiti anche gli ex 5 Stelle De Bonis e Buccarella), 7 del Misto, 7 delle Autonomie. Totale 150 che possono arrivare a 155-156 con i senatori a vita e un paio di centristi in arrivo. Il magic number è lontano.

Le cose cambierebbero se i senatori di Forza Italia ma in quota Udc (Sarcone, Binetti, De Poli) decidessero di dare una mano a Conte nella prospettiva futura di un bel partito di centro a guida Conte. Tra le meraviglie della crisi c’è che mercoledì si è riunita, dopo anni di assenza, la segreteria politica dell’Udc. Il segretario Cesa ha assicurato: mai una mano a Conte, noi siamo e restiamo con Berlusconi. In realtà la trattativa è in corso. Tutto dipende dalla contropartita ministeriale. C’è da immaginare la gioia della sinistra ad avere, ad esempio, l’ultra cattolica Binetti al posto di Bonetti al ministero delle Pari opportunità e famiglia.

Occhi e orecchie sono puntate su Italia viva, sui 18 senatori e i 30 deputati. Renzi in un’intervista alla Stampa e poi nella e-news ieri mattina ha ipotizzato che i gruppi possano astenersi dal voto. Restare spettatori visto che il punto politico è sempre lo stesso: sciogliere i nodi dell’azione di governo, cambiare metodi e agenda. Risolvere la questione vaccini, scuole, ripartenza, cantieri fermi, Alitalia, Aspi, le categorie costrette a non lavorare per mesi e ancora oggi senza una prospettiva.

L’astensione, abbassando il quorum, toglierebbe suspense al voto di martedì al Senato, favorirebbe la fiducia a Conte ma lo terrebbe lontano da 161 voti. Comunque sempre con 10-15 voti di vantaggio su centrodestra dato a 144 voti. L’astensione aiuterebbe anche a tenere uniti i gruppi di Camera e Senato, per ora compatti ma messi a dura prova.

Una giornata interlocutoria. Telefoni bollenti ed emissari al lavoro in ogni direzione. Gira già uno schema per i nuovi incarichi ai nuovi ingressi. Mastella in serata subodora una trappola: «Nessuno pensi di recuperare Renzi alle nostre spalle, siamo Responsabili ma non fessi». La ricomposizione della maggioranza resta difficile. «Renzi aveva già vinto la partita, doveva solo aspettare giugno-luglio…», dice un senatore del centrodestra. L’arrivo del semestre bianco, l’impossibilità di andare alle urne. La mossa del cavallo a quel punto resta ancora sulla carta.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.