I casi reali di contagio da coronavirus potrebbero essere sei volte di più di quelli conteggiati. È quanto emerge da uno studio, elaborato da un gruppo di ricerca australiano coordinato dall’Università di Melbourne e pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science. Un’analisi retrospettiva, che riguarda i Paesi più ricchi. E che svela risultati diversi da Stato a Stato. In Italia, per esempio, i casi totali potrebbero essere addirittura oltre 17 volte superiori a quelli rilevati dai tamponi e riportati nei bollettini ufficiali.

L’improvvisa esplosione della pandemia, i problemi con il sistema di tracciamento, i tanti asintomatici hanno sempre fatto dichiarare a esperti e giornalisti che i casi di covid-19 sono sempre stati più numerosi di quelli registrati. Secondo l’ultimo bollettino diffuso dal ministero della Salute e dalla Protezione Civile i casi di positivi, dall’inizio dell’emergenza, sono stati 1.308.528. Stando a quanto riportato dallo studio australiano i casi totali sarebbero quindi oltre 22 milioni e 750mila.

Ma con quali modalità è stato condotto lo studio? L’Università di Melbourne ha effettuato un’analisi retrospettiva partendo dal numero dei decessi quotidiani e proiettandolo indietro nel tempo fino a risalire al momento del contagio. “In poche parole abbiamo analizzato quante persone sono decedute per Covid in un Paese e poi siamo andati a ritroso in modo da vedere quante persone avrebbero dovuto essere contagiate per arrivare a quel numero di morti”, ha spiegato il ricercatore Steven Phipps. Da tutto lo studio è emersa una media di contagi sei volte superiore a quella riportata. Che cambia quindi da Paese a Paese. In Corea del Sud, per esempio, è 2,6 volte maggiore dei dati ufficiali; in Italia, come citato, oltre 17.

Gli studiosi sottolineano che comunque la stima non è perfetta e che la ricerca sia utile soprattutto a integrare i modelli epidemiologici usati fino a oggi. “Le differenze che si riscontrano nei sistemi di tracciamento e test dei vari Paesi, così come i cambiamenti che sono avvenuti all’interno degli stessi Paesi nel tempo, rendono difficile stimare il tasso reale di infezione sulla base dei casi confermati dai tamponi”, si legge. Per avere stime accurate bisognerebbe rappresentare in maniera uguale gli infetti tra le diverse fasce d’età.