Società
Cosa è di moda quando la moda va in vacanza
L’ultima Milano Fashion Week Uomo si è consumata nel momento esatto in cui il mito della vacanza scatta come il riflesso condizionato di un intero Paese. Attorno a questo archetipo, utilizzato in questa tornata esclusivamente da due sponde opposte del mercato, si è giocato un paradosso totale.
La critica — e la cronaca — editoriale della moda raccontano puntualmente di palette cromatiche, narrazioni filosofeggianti e tanti bei ricordi adagiati su un letto di vita lenta; eppure, in quei salotti culturali e fin troppo modaioli c’è una domanda semplice, che quasi nessuno ha il coraggio di formulare: ma il pubblico preferisce l’autenticità della vacanza reale o lo storytelling fantoccio e nostalgico di una villeggiatura da copertina? I nuovi consumatori — Generazione Z e Millennials in testa — tra precariato, carovita e stipendi al palo non hanno certo il privilegio borghese di sognare, né il tempo di farsi imbambolare da cartoline sbiadite, e dunque a certe passerelle, viene da rivolgere un solo, memorabile interrogativo dai tratti cinematografici: “Dove vai in vacanza?”. Un quesito che già nel film del 1978 smontava tutte le nevrosi dell’italiano medio in cerca di status, e che oggi mette a nudo il divario insanabile tra la finzione dorata e la verità materiale.
Lo show “Vacanze Siciliane” di Dolce & Gabbana ha mostrato, su un gigantesco schermo a LED, le solite immagini perfette e stereotipate di Taormina, preambolo a una immutabile lirica mediterranea fatta di pizzi barocchi e uncinetti che puntualmente scendono in passerella come un copione già scritto quaranta volte. Ma l’effetto finale, oggi, è quello di una formula stantia, come un guscio dorato per evitare il rischio del presente. L’assenza operativa di Stefano Gabbana traspare nella ripetitività dei capi, traducendo il tradizionalismo in una miopia strategica che ignora totalmente il cambio generazionale. Ne viene fuori l’illusione ottica di un’estate elitaria, inaccessibile e culturalmente finta, propria di chi ha trasformato il passato in un brand imbalsamato, sordo alle urgenze del mondo reale. Ed ecco arrivare il contraccolpo brutale, una risposta antropologica di chi invece si comporta esattamente come i fruttivendoli Remo ed Augusta del film, rifiutando le pose intellettuali per riportare tutto alla verità nuda, cruda e anche spassosa della terra.
La moda vive da sempre di ambiguità strutturali, ma nel mezzo di una crisi di settore ormai conclamata è la logica dei numeri che parla chiaro: la sopravvivenza commerciale appartiene esclusivamente a chi ascolta le reali esigenze di quella fetta di mercato che i vestiti li compra e li apprezza nel quotidiano. È tempo, allora, di ignorare una buona volta tutta quella fuffa teorica dei critici culturali e degli esegeti del salotto, professionisti di una narrazione filosofeggiante che eccelle nei cocktail party di rito, ma che puntualmente svanisce davanti alla cassa. Resta da capire se il sistema industriale italiano avrà la lucidità di ascoltare chi i vestiti li compra e li decreta nel quotidiano, o se preferirà continuare a farsi cullare da chi, pur parlando molto, difficilmente ha mai salvato la tenuta economica di un’azienda.
© Riproduzione riservata







