Il testo definitivo della riforma Cartabia verrà trasmesso dal Consiglio dei Ministri alla Camera domenica. E già la datazione festiva – ultima domenica di un luglio afoso, 38 gradi all’ombra – fa capire la straordinarietà dell’evento che si va ad incardinare, con gli uffici di Montecitorio intenti a recepire, protocollare e fascicolare il documento più importante della legislatura. La riforma Cartabia cancella la “fine processo mai” di Bonafede e mette in postazione di tiro il secondo bazooka di Draghi, puntato contro l’ingestibilità del processo penale. Il voto di fiducia alla Camera è per la settimana entrante, subito prima della pausa estiva quello al Senato. Sono da escludersi sorprese, dopo che il balletto del voto Cinque Stelle ha lasciato il posto ad una decisione che Di Maio e Patuanelli hanno assunto per tutti, forzando le riserve di Giuseppe Conte. La maggioranza ritirerà tutti gli emendamenti. Restano esclusi dall’improcedibilità i processi di mafia, terrorismo e violenza carnale. Un compromesso che consente a ciascuno di cantare vittoria e al vicepresidente del Csm, il dem David Ermini, di parlare di una riforma che “migliorerà il servizio della giustizia per tutti i cittadini”.

Ma dietro le quinte dove risuonano gli applausi di circostanza, si consuma il redde rationem. Il prezzo pagato dal Movimento è alto. Il M5S perde sul piano dei reati contro la PA, sull’obbligo di celebrazione per i processi di istruttoria complessa, sulla modifica della decorrenza dei termini di durata per l’appello, che loro non volevano individuare nel momento dell’impugnazione.
Se il percorso parlamentare sarà veloce e per quanto scontato possa essere l’esito, non sarà indolore per quel che resta della fortezza pentastellata. È sotto gli occhi di tutti come l’ex premier abbia bluffato al tavolo. Conte sapeva dall’inizio, o almeno dal suo ultimo incontro diretto con Draghi, che a casa avrebbe portato un magro carniere, ma con il passare delle ore si è reso conto che avrebbe dovuto fare almeno fino all’ultimo la faccia dura. Così è nata la casalinata dell’astensione, minacciata ed esibita durante l’incontro con la delegazione 5 stelle al Consiglio dei ministri. È qui che è venuto fuori il solito diverbio con Di Maio, naturalmente smentito il giorno dopo.

Il ministro degli Esteri ha voluto andare a vedere le carte del nuovo leader. “Dove vuoi arrivare Giuseppe? Lo sai che in questo modo spacchi irrimediabilmente il gruppo alla Camera che segue me?”, così Gigino nel corso della tesissima riunione 5 stelle. Bonafede si agita, nel backstage, urlando come al tempo delle feste in discoteca nelle orecchie di Casalino e dello stesso Conte. Ma è un disco rotto. “Un ennesimo cabaret politico offensivo per l’intelligenza degli italiani”, stigmatizza il governatore campano De Luca.

Rocco Casalino detta la linea, chiede a tutti di allinearsi ad un univoco plauso per l’accordo raggiunto, ma ecco Toninelli che sembra invocare un voto: “Bravo Conte, ora si esprima la base: è naturale ma anche doveroso da ogni punto di vista che, per continuare ad appoggiare un governo nei cui confronti è venuto meno un presupposto essenziale, si torni a consultare gli iscritti con un voto chiaro e preciso su ciò che oggi è diventata la cosiddetta riforma della ministra Cartabia”. Seguono oltre cinquemila like e duemila commenti: la base lo incoraggia a dare battaglia. Ma è tardi. La battaglia vera è finita come doveva finire, Conte si è accontentato del ‘regalino’ della proroga di 3 anni per i reati di mafia, ed ora dovrà vedersela con gli irriducibili, dalla Lezzi a Di Battista.

Il film minore si sviluppa nel Pd: il solito psicodramma, però con una novità. Questa volta i maggiorenti del Nazareno si sono spaventati ed il messaggio che hanno fatto recapitare a Conte è suonato inequivocabile: “Stavolta non vi seguiamo”. E come in tutti i momenti seri, il bastone del comando lo ha preso Franceschini. Chi ha contezza giuridica ad ampio spettro ieri ha festeggiato. “L’accordo lascia ben sperare in una rapida chiusura del provvedimento perché possa passare al Senato, e soprattutto possa passare all’Europa, insieme alla riforma del processo civile che è lì lì per essere immessa nei circuiti parlamentari”, dice il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto al Riformista.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.