Quando il ministro Carlo Nordio, nel mese di ottobre, accogliendo il “grido di dolore” di ventisei procuratori generali, aveva convinto il nuovo governo a deliberare, fin dalla prima riunione del consiglio dei ministri, la proroga della riforma Cartabia sulla giustizia, la data del 30 dicembre era parsa forse lontana. Invece è arrivata, e le norme sono entrate in vigore. Brusco risveglio, dopo il torpore natalizio, per tribunali e corti d’appello. I magistrati per il momento non osano mostrarsi impreparati, e tacciono persino i sindacalisti dell’Anm. Parla solo qualcuno, ma rigorosamente in forma anonima. Tanto provvedono i quotidiani di riferimento delle toghe a fare il lavoro per loro. E a strillare che i delinquenti usciranno di galera.

Una delle più rilevanti linee di intervento della riforma Cartabia è quella che riguarda una consistente estensione del regime di procedibilità a querela su una serie di figure di reato contro la persona e contro il patrimonio, la cui pena edittale prevista non sia superiore nel minimo a due anni di reclusione. Inutile nasconderselo, incidere la carne viva della procedibilità d’ufficio, in un sistema di obbligatorietà dell’azione penale aggravato oltre tutto da un numero di procedimenti penali ormai insostenibile, indica una strategia riformatrice di politica criminale lungimirante e rivoluzionaria, di cui il ministro Nordio ha già detto essere la strada giusta. E non soltanto è in linea con gli obiettivi del Pnrr e la riduzione del 25% dei tempi del processo entro il 2026. Ma apre anche la strada a ridurre in maniera significativa il numero dei procedimenti penali. È vero, ci stiamo avviando a un primo temperamento del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

L’ex ministra Cartabia non ha smentito il proprio pragmatismo. Non ha infatti privilegiato la via della depenalizzazione, togliendo tout court una serie di reati del codice penale. Una delle possibili vie per deflazionare il sistema processuale e di conseguenza anche quello penitenziario. Ma ha messo nelle mani delle parti la scelta se far permanere o meno l’illecito nella sfera penale. Sarà soprattutto la vittima a scegliere che cosa sia concretamente nel proprio interesse. Nella relazione introduttiva alla norma approvata dal Parlamento nel giugno scorso ed entrata in vigore il 30 dicembre si sottolinea come l’estensione del regime di procedibilità a querela di parte sia stato voluto in modo “significativo”, soprattutto per reati “che si presentano con una certa frequenza nella prassi e che si prestano a condotte risarcitorie e riparatorie”. Si tratta di una vera rivoluzione culturale, di cui forse non si è ancora capita la portata. Tanto che in una dichiarazione anonima (colleghi, ma quando la pianterete di intervistare i citofoni?) al Foglio, un esponente di Fratelli d’Italia pareva preoccupato di “contemperare” le esigenze deflattive del carico di procedimenti penali con l’esigenza di sicurezza del Paese. È chiaro che la sicurezza non c’entra niente con questo provvedimento. Qui non si tratta di garantire l’impunità ai delinquenti.

Al contrario, proprio perché i magistrati abbiano la possibilità di indagare e processare i responsabili dei reati più gravi, quelli che davvero destano allarme tra i cittadini, è opportuno abbiano le mani libere dallo sperperare tempo fatica e denaro per comportamenti illeciti che potrebbero trovare soddisfazione per le vittime in modo diverso e alternativo all’intervento penale e al processo. Nella stessa relazione alla norma si legge che sono state scelte fattispecie “di frequente contestazione”, e che l’estensione della procedibilità a querela sarà un “incentivo alla riparazione dell’offesa nonché alla definizione anticipata del procedimento”. Anche perché il temperamento dell’obbligatorietà dell’azione penale verrà realizzato in modo da tener conto delle “esigenze di tutela della persona offesa e della collettività”, pur considerando che si tratta pur sempre di illeciti che offendono interessi individuali, di natura privatistica. Ma il risultato risponderà alle esigenze di efficienza non più rinviabili.

Se poi consideriamo che questa parte della riforma si inserisce in una cornice più complessa, finalizzata non solo a deflazionare il processo riducendo il numero dei procedimenti, ma anche a valorizzare le condotte riparatorie, ritroviamo intatto lo spirito della giustizia riparativa dell’ex ministro Cartabia. Ed è molto positivo che quello spirito sia stato fatto proprio anche dal guardasigilli Nordio. Se questa strada resterà aperta, e se ne verranno compresi l’importanza e il significato sia da tutte le forze politiche che anche dagli stessi magistrati, ci aspetterà un periodo di veri cambiamenti. Si tratta di trovare forme alternative al procedimento penale che siano nell’interesse di tutti i soggetti. Degli indagati e imputati che potranno uscire dal percorso penale tramite il risarcimento del danno e la riparazione. Ma soprattutto per le persone offese, che potranno avere una concreta e tempestiva soddisfazione alla propria sacrosanta domanda di giustizia attraverso il risarcimento e anche altre condotte riparatorie. Sarà un vantaggio anche per l’intera società e il suo bisogno di sicurezza e armonia. Lo capiranno?

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Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.