L'intervista
Crisi carburanti, Carollo: “Bisogna affidare all’Eni il compito di realizzare le politiche energetiche nazionali”
L’accettazione dell’accordo per una tregua di 15 giorni con riapertura dello Stretto di Hormuz ha avuto effetti immediati sulle quotazioni del petrolio, scivolato sotto i 100 dollari a barile. Rispetto alle quotazioni nelle ore precedenti l’ultimatum lanciato dal presidente Trump, il Brent, indice di riferimento globale, ha perso oltre 16% attestandosi su 92,71 dollari al barile, mentre si è praticamente azzerato il differenziale di prezzo con il WTI (West Texas Intermediate), benchmark per gli Stati Uniti, che martedì viaggiava sopra i 116 dollari il barile, 5% in più del Brent. Un valore storicamente mai toccato dal WTI dal 2008.
«Uno è un mercato fisico dove ci si scambia quantità di petrolio al prezzo WTI che alla scadenza vengono effettivamente consegnate a Cushing in Oklahoma. Mentre il Brent è il prezzo su un mercato puramente finanziario: compri dei barili di carta oggi e li rivendi domani. Guadagni o perdi sulla differenza di prezzo», spiega Salvatore Carollo, oggi analista di trading energetico. «Passata la paura di una reale carenza di materia prima, si sono ridotte le aspettative speculative. Il riallineamento tra prezzo del WTI e il Brent indica la convergenza di visione tra il mercato fisico e quello finanziario».
Per quanto grave la chiusura dello Stretto di Hormuz non ha inciso in modo determinante sui reali flussi di approvvigionamento?
«Non c’è mai stata un’interruzione nella produzione e consegna regolare giornaliera di 90 milioni di barili di petrolio, quantitativo che copre in modo sufficiente la domanda mondiale di tutte le economie industrializzate che ovviamente possono permettersi di pagare il sovrapprezzo. Sono stati tagliati i Paesi poveri. Non è successo che i raffinatori italiani siano rimasti senza petrolio».
Allarmismo fuori luogo?
«Le produzioni ottenute dalle raffinerie sul territorio nazionale non sono state sufficienti a creare un clima di fiducia. Diversi impianti sono in mano a trader stranieri che hanno preferito instradare la produzione su mercati internazionali più convenienti. Dopo le ultime acquisizioni sul mercato italiano è venuta a mancare la produzione di almeno tre centri: Falconara Saras e Priolo».
L’effetto Hormuz ha amplificato un fenomeno già in atto?
«Stiamo pagando lo scotto della deindustrializzazione della filiera downstream che produce quantità insufficienti per la domanda interna. La prima raffineria di San Nazzaro serviva a coprire i fabbisogni della pianura padana, e in seguito rifornire di jet fuel gli scali di Linate, Malpensa, Bergamo, Verona e Venezia. Se quella raffineria si ferma quegli aeroporti rimangono a secco».

Le raffinerie non sono quindi vestigia di un passato energetico superato?
«Si fa molta confusione sovrapponendo la domanda energetica a quella elettrica. Ma tutto il trasporto, specialmente quello aereo, per i prossimi 20-30 anni, sarà alimentato da carburanti, seppur sempre più sostenibili. Già due mesi prima della crisi di Hormuz, lo scalo di Malpensa aveva avvisato le compagnie aeree che non era in grado di assicurare il rifornimento per il volo di ritorno. Da un barile di petrolio si estrae 4% di jet fuel, il restante sono benzine, gasolio, nafte, che servono per la mobilità. Rinunciare alla raffinazione o non investire in impianti che hanno mediamente 70 anni di vita pensando di poter rinunciarvi è miopia. In Italia consumiamo 5 milioni di tonnellate di jet fuel l’anno, e ne produciamo 2,8 e buona parte di questi flussi partono all’estero; sicché agli operatori nazionali tocca rifornirsi sui mercati spot. Questi, svuotati per l’accaparramento di scorte da parte di alcuni operatori internazionali, hanno provocato, con la crisi di Hormuz, una spirale di strozzature nel rifornimento di prodotti raffinati e prezzi alle stelle».
Data l’incertezza geopolitica e le continue tensioni sulle risorse, il controllo della capacità industriale è decisivo per la sicurezza energetica nazionale?
«La raffinazione resta una struttura vitale. Selezionando e riqualificando impianti occorre creare 4 poli di raffinazione nazionale capaci di rispondere al fabbisogno nazionale di prodotti petroliferi».
Cosa propone?
«Affidare all’Eni il compito di realizzare le politiche energetiche nazionali. L’Eni non può limitarsi ad essere una società quotata che porta dividendi alle casse dello Stato; deve intervenire come braccio operativo della strategia definita dal suo azionista di maggioranza».
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