Nel “Si&No” del Riformista spazio alle parole di Guido Crosetto, ministro della Difesa, su magistratura e politica. Giuste le sue parole? Favorevole Giorgio Merlo, dirigente Tempi Nuovi-Popolari Uniti, secondo cui “serve solo un salto di qualità per evitare la tentazione della ‘spallata giudiziaria’“. Contraria invece Luana Zanella, capogruppo Verdi-Sinistra Italiana alla Camera, che ribatte: “Ormai siamo all’allarme democratico, inquietante cercare lo scontro con le toghe“. 

Qui il commento di Giorgio Merlo: 

E ci risiamo. Ogni qualvolta c’è una riflessione ad alta voce su questa “historia dolorum” – ovvero sul rapporto tra la politica e la giustizia nel nostro Paese – assistiamo al solito e ormai collaudatissimo copione. E cioè, la sinistra ex e post comunista come un sol uomo a difesa della magistratura, di tutta la magistratura e lo schieramento politico alternativo che avanza dubbi, perplessità e domande. E la recente uscita del Ministro della Difesa Guido Crosetto non ha fatto altro che confermare questo assunto. Ora, senza affrontare il tema con la solita partigianeria da curva sud, credo che almeno su tre punti dovremmo essere quasi tutti d’accordo. Perché si tratta di riflessioni sostanzialmente oggettive.

Innanzitutto l’ormai famosa scorciatoia della “via giudiziaria al potere” dovrebbe essere cancellata se non addirittura rimossa dalla grammatica politica italiana.

Una tesi, purtroppo, antica nella dialettica democratica del nostro paese. Basti pensare al celebre intervento alla Camera di Aldo Moro quando disse, a proposito della vicenda legata all’affare Lochkeed nel marzo del 1977: “Noi Dc non ci lasceremo processare nelle piazze”. Dopodiché quella tentazione è riemersa come un fiume carsico altre mille volte e, puntuale come l’arrivo di una stagione meteorologica, con le parti politiche in causa sempre sulle medesime posizioni. Ovvero, la sinistra – e oggi anche i populisti – da un lato e la destra e il centro destra sul versante opposto. In secondo luogo, però, dobbiamo pur dire ad alta voce che questo antico dilemma, e vecchia polemica, emerge in tutta la sua virulenza ogni qualvolta la politica è debole o i partiti non sono sufficientemente rappresentativi nella società o la classe dirigente politica non è autorevole e, pertanto, anche meno credibile. Sarà un caso, ma quando la politica nel suo complesso entra in un vicolo cieco, cioè perde progressivamente il suo ruolo e la sua funzione specifica ed originale, inesorabilmente e puntualmente emerge il rischio di una contrapposizione tra i due poteri. Che, come ovvio, debbono restare autenticamente distinti e rigorosamente autonomi.

Purtroppo, non sempre tutto ciò capita regolarmente. In ultimo, ma non per ordine di importanza, si staglia all’orizzonte la necessità, e forse anche l’indispensabilità di una riforma della giustizia. Certo, si tratta di una riforma – quando mai si farà – che non deve essere “contro” qualcuno o qualcosa ma, al contrario, dev’essere frutto di una possibile e proficua convergenza parlamentare da un lato e, dall’altro, non deve compiacere nessun settore della magistratura o della politica. Come, giustamente, ha più volte auspicato la stessa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Certo, la domanda che emerge in modo persino troppo semplice è quella di capire le motivazioni per cui questa riforma non decolla se non negli annunci giornalistici e adesso neanche più in quelli. Una riforma che dovrebbe avere l’obiettivo di snellire, finalmente, la macchina della giustizia e quindi a favore del cittadino/utente e, soprattutto di non creare le condizioni affinché chi rischia di pagarne le conseguenze sia sempre e solo il cittadino.
Postilla finale. La tanto discussa e decantata “via giudiziaria al potere”, tristemente nota nel dibattito politico e culturale del nostro paese, dovrebbe essere definitivamente archiviata.

Qui non centra nulla la magistratura ma esclusivamente la politica, cioè i partiti e i relativi schieramenti. Perché, forse, è giunto il momento affinché la politica – come ricordavo poc’anzi – recuperi definitivamente il suo ruolo dopo la sbornia populista, demagogica e qualunquista di questi ultimi anni e, dall’altro, che nessuno strumentalizzi politicamente le decisioni e le scelte a cui è chiamata la magistratura italiana. Perché se la tentazione della “spallata giudiziaria” avrà ancora il sopravvento rispetto alle decisioni e alle scelte del corpo elettorale, è inutile che si continui poi a parlare della qualità della nostra democrazia e della credibilità delle nostre istituzioni. Per questi motivi, semplici ma essenziali, è arrivato il momento di fare un salto di qualità. A cominciare, appunto, dalla politica.