Occhio alle semplificazioni
Dal movimento contadino al Piano Marshall, la storia di Coldiretti si intreccia con quella d’Italia
Dal movimento contadino al Piano Marshall, la legge stralcio del 1950 non fu “fatta” solo da Bonomi Per una ricostruzione della storia di Coldiretti (che si intreccia con quella d’Italia) guardiamo alle fonti

Nella recente celebrazione degli 80 anni di Coldiretti, nata nel 1944 proprio oggi, in un osmotico passaggio semplificatorio fra passato e presente, due elementi sembrano spiccare fra gli altri, quali “miti fondativi” di questa organizzazione: la riforma agraria e l’antifascismo di Paolo Bonomi (e, quindi, della sua Coldiretti, guidata fino al 1980).
Ma cosa ci dicono, riguardo questi miti, le fonti, italiane e internazionali, oggi a disposizione, presenti peraltro anche nell’archivio storico della stessa Coldiretti? Che Coldiretti e Bonomi abbiano “fatto” la riforma agraria è affermazione quantomeno imprecisa. La riforma varata nel 1950, basata sugli espropri, fu in effetti il risultato di una serie di spinte e controspinte. Coldiretti la sostenne nella sua fase applicativa contro i grandi proprietari terrieri, ma fu attraversata da forti resistenze e dubbi circa la sua impostazione tecnica e redistributiva. La legge “stralcio” del 1950 – provvedimento cioè parte di una legge di riforma generale mai approvata – espropriò e redistribuì in effetti – e non fu poco né facile – circa 760.000 ettari di terra.
Alla cifra inverosimile degli oltre 3 milioni di ettari decantata durante le celebrazioni si arriva oggi calcolando le misure per favorire la piccola proprietà contadina, che non erano espropriative ma assistenziali, e addirittura i Piani Verdi degli anni ‘60, tutt’altro che redistributivi. E si volle partire dai braccianti (non dai mezzadri), come indicato chiaramente da De Gasperi nel 1949, alla luce della Costituzione e di un dibattito oggi ricostruibile – se si vuole conoscere le difficoltà e i meriti di quell’azione – attraverso le lettere e i materiali scambiati (e pubblicati) con l’allora ministro dell’Agricoltura Segni, coadiuvato dal sottosegretario Colombo. Gli Stati Uniti, inoltre, vi contribuirono in modo decisivo sebbene sofferto, fornendo l’assistenza del Piano Marshall. E a quella riforma diede un’importante spinta dal basso il movimento contadino, anche col sacrificio di vite umane, come a Melissa e a Montescaglioso nel 1949, che nessuno, purtroppo, ricorda più.
Secondo mito fondativo, l’antifascismo. Il rischio di ricadere nell’accusa spesso rivolta agli storici di dare “patenti” di antifascismo è forte. Ma il problema è innanzitutto storiografico, e poi, semmai, politico-sindacale. Se Bonomi ha partecipato al movimento resistenziale laziale, venendo insignito di riconoscimenti per la sua attività partigiana, questo “retaggio” lo ha presto dimenticato. Coldiretti – come tutte le altre organizzazioni sindacali – ha recuperato gran parte dei tecnici e dei quadri del fascismo, ma ha anche costantemente evitato di festeggiare il 25 aprile e ad oggi – ma gli storici sono sempre pronti a ricredersi di fronte alle fonti – non esiste un solo discorso nel quale Bonomi inneggi o parli esplicitamente di antifascismo. Anzi, durante la sua lunga presidenza, diversi furono gli attacchi in chiave anticomunista a quell’esperienza, per esempio ricordando le vittime del cosiddetto “triangolo della morte”.
Il giornale confederale “il Coltivatore”, fino agli anni ‘70 in mano a figure provenienti dal precedente regime, ha inoltre a più riprese esaltato l’esperienza della colonizzazione delle paludi pontine e rivendicato una sostanziale continuità col processo di nazionalizzazione fascista. Con l’inserimento della dottrina sociale della Chiesa cattolica nel proprio statuto e la creazione della figura del consigliere ecclesiastico, Coldiretti respirò poi tutte le contrastanti articolazioni del pontificato di Pio XII, dimidiato tra restaurazione e apertura alla democrazia: i documenti archivistici resi recentemente accessibili grazie all’illuminata decisione di Papa Francesco lo dimostrano chiaramente. Sul piano della comunicazione, inoltre, controllando insieme a Confagricoltura la Federconsorzi, Bonomi sostenne finanziariamente un’ampia fetta della stampa attestatasi su posizioni della destra conservatrice, come “Il Tempo”.
La Coldiretti riuscì al contempo a intercettare figure e consensi trasversali, provenienti anche dal mondo resistenziale del Partito d’azione, cui Bonomi fu inizialmente iscritto. E traghettò quei consensi, di destra e di sinistra, verso la Dc e il centrismo, costruendo un blocco monolitico tra tradizione e modernizzazione, in un mix di atlantismo e sovranismo, schierandosi contro i governi di centro-sinistra ma comunque contribuendo, pur in modo tutt’altro che lineare, a stabilizzare la Repubblica della guerra fredda, anche dopo l’attentato alla Banca dell’agricoltura del 1969. Con quelle forze che da destra spingevano per soluzioni conservatrici se non eversive, Coldiretti ebbe di fatto modo di dialogare, di entrare in competizione, anche di scontrarsi. Solo alla Conferenza di Montecatini nel 1974-75, però, il termine “antifascista” venne usato per la prima volta pubblicamente. Era un primo momento di svolta, con un messaggio complesso destinato a giungere fino a noi, in una bottiglia lasciata nel mare della storia…
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