Al Senato scatta la tagliola, ma la lama che falcia il ddl Zan (154 contro 131) diventa nel tempo quasi una ghigliottina, con l’esacerbarsi dei toni dell’una e dell’altra parte. Si pretendono le teste dei traditori che hanno permesso, con 23 voti di scarto, di affossare la legge sull’omotransfobia. Il voto a scrutinio segreto, ammesso dalla presidente Casellati, ha favorito l’espediente tecnico voluto dal centrodestra che di rimando in rimando lancia il ddl in campo lungo, lunghissimo. La fronda di 23 franchi tiratori ha vanificato il tentativo di arrivare a una mediazione accettabile per una legge che dall’inizio, ponendosi un obiettivo ambizioso e importante, aveva evidenziato le diverse sensibilità anche all’interno dei partiti. Ed è lì, tra le pieghe delle correnti, che si cercano i colpevoli della disfatta. E le responsabilità si rimpallano in una girandola di accuse reciproche, tra giuramenti e smentite.

Solo 24 ore dopo che Enrico Letta aveva galvanizzato la Direzione del Pd suonando le note di una marcia trionfale, ecco che Palazzo Madama gli presenta il conto: nel segreto dell’urna, pare essere proprio una parte del Pd e del Movimento ad aver votato in senso contrario alle attese. Il segretario viene subito accerchiato: «Sono sconvolta. Ovviamente non credo che fosse previsto questo andare a un voto al buio. Mi si diceva sempre che i numeri c’erano, lo ha fatto anche il segretario Letta... sono dispiaciuta, arrabbiata», si lascia andare Valeria Fedeli, senatrice dem che aveva suggerito di valutare modifiche al ddl Zan. Come Andrea Marcucci: «Amareggiato, credo che il Pd debba interrogarsi a fondo su quanto avvenuto». Al Riformista già martedì era arrivata una predizione, nero su bianco, da fonti di Iv: «I suoi compagni di partito stanno preparando una trappola a Zan, lo faranno cadere per darci la colpa, sono già pronti gli Influencer». Come da copione, ecco che Zan cade e Fedez lancia i suoi strali contro Matteo Renzi.

Accuse che non reggono. I senatori di Iv ricordano che in Aula erano solo dieci e la differenza maturata nel voto segreto è molto più ampia. Due gli astenuti, il fronte “pro ddl Zan” era fermo a 146 ma ha perso per strada almeno 15 voti. Veleni e sospetti. «Andate a vedere Pd e M5s. I pentastellati erano divisi», spiega un senatore renziano, ricordando come Faraone si è schierato in Aula per votare contro la “tagliola”. «Hanno voluto fare una battaglia identitaria e non nel merito», allarga le braccia un senatore dem. «Abbiamo lasciato la conduzione della partita al Pd e questo è il risultato», l’affondo della pentastellata Maiorino. «La verità – spiega un senatore del Pd – è che la tesi del campo largo con M5s non tiene, siamo andati a sbattere alla prima curva. Le divisioni sono nel Movimento 5 stelle». Il centrodestra, sceso in campo in blocco, festeggia. «È stata sconfitta l’arroganza di Letta», il ritornello. «Dal segretario del Pd è arrivata un’apertura solo tattica», il ragionamento. «Hanno voluto riportare l’Italia indietro ma il Paese è da un’altra parte», la risposta dell’ex presidente del Consiglio. L’errore imputato al vertice del Nazareno che fa gridare al sacrificio di Zan è l’indicazione, dettata da Letta, di mettere il primo firmatario stesso a guidare le trattative. «Se si voleva una mediazione, non si sarebbe dovuto incaricare di condurla proprio Zan che è, ovviamente, un pasdaran della sua legge», fanno notare da Italia Viva.

«Ripartiamo dalla nostra legge», taglia corto Salvini. «Chi troppo vuole nulla stringe», riassume da Fdi La Russa mentre l’azzurro Vito protesta e lascia tutti gli incarichi di partito. È bagarre al Senato, dove la conferenza dei capigruppo dovrà fare ordine sul futuro della legge. «Il provvedimento è morto», afferma un altro esponente dell’ex maggioranza rosso-gialla. «Sono state le prove generali del voto sul Quirinale. È la prova che quella maggioranza non regge insieme», sostiene un altro senatore. «Chi oggi gioisce ne dovrà rendere conto al Paese», scrive su Twitter Conte mentre Di Maio se la cava parlando di voto inaccettabile. Richetti, per Azione, ha votato contro la tagliola, avendo sempre sostenuto apertamente la legge. Luigi Zanda preferisce sorvolare sui responsabili e ragionare piuttosto sulla cornice: «Il voto segreto istituito per tutelare l’indipendenza dei parlamentari in occasione di voti sensibili è diventato un voto di manovra politica, usato per far cadere governi e leggi senza attribuirne la responsabilità a nessuno», dichiara al Riformista.

Giorgio Tonini riflette su quel che era accaduto nella scorsa legislatura, quando alla Camera c’era una maggioranza piena del Pd mentre al Senato si rincorrevano Alfano e la Svp. Fu lui il grande regista, da cattolico democratico, della più ardua impresa della legislatura trascorsa: la legge sulle Unioni Civili. «Se si vuole portare a casa una legge, devi avere disponibilità a mediare. Si vuole testimoniare una battaglia o portare a casa una vittoria? Noi avevamo Giovanardi e tutto il centrodestra sulle Unioni Civili. Ma l’abbiamo fatta votare da Schifani e i suoi. Io, Zanda e Renzi abbiamo fatto da pontieri e alla fine posto la questione di fiducia, in chiave anti Cinque Stelle, che facevano il doppio gioco. Così abbiamo portato a casa il risultato, naturalmente al netto dei compromessi necessari». Sullo sfondo gli accordi per il Quirinale, che fanno dire a Bersani, che i 101 frondisti contro Prodi li ricorda bene: «Si è vista una prova generale per il quarto scrutinio per il Quirinale», dice. Alla prova dell’aula l’alleanza Pd-Cinque Stelle non regge neanche per votare una legge di civiltà su cui si sbandierano entrambi a favore, figuriamoci come potrebbero mai sostenere nel segreto dell’urna un medesimo nuovo Capo dello Stato.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.