Il Pd espone il Dl Zan al massimo rischio. Appurato che mancano i numeri, tra i Dem prevale chi preme per una decisione temeraria: lanciarsi oggi in aula in un assalto con le baionette più per difendere la bandiera, la battaglia simbolica, piuttosto che portare a casa il risultato. Monica Cirinnà avrebbe convinto lo stesso Zan a chiederlo, facendone una vittima sacrificale. «Vogliono creare l’incidente in aula, pronti magari a dire che qualcuno ha tradito», ci dice una fonte parlamentare. La tensione è rimasta palpabile fino a tarda sera, ieri a Palazzo Madama dove è stata convocata una conferenza dei capigruppo che ha visto assenti Leu e il Movimento Cinque Stelle. Si è faticato a prendere decisioni sul provvedimento che riguarda l’omotransfobia e che deve andare in Aula oggi: i tatticismi hanno prevalso, con la Lega che ha puntato tutto sul rinvio di una settimana e il Pd al bivio tra voto subito e voto differito, dopo aver riesaminato qualche possibile limatura.

In quest’ultima direzione andava l’indicazione di Andrea Marcucci: «Io credo che una legge contro l’omotransfobia sia molto meglio che nessuna legge. Mi auguro che i Gruppi parlamentari in queste 24 ore siano disposti al dialogo e vogliano trovare un buon compromesso. Avere rigidità in questo passaggio così delicato varrebbe contribuire a mettere in cantina il ddl», ha detto. Dello stesso avviso Maria Elena Boschi, altra sostenitrice del disegno di legge Zan che prova a metterlo al sicuro da tutti gli scogli della navigazione: «Se oggi si vota, lo Zan rischia di essere affossato per sempre. Noi facciamo un appello al buon senso come ha detto Letta. E chiediamo di fare modifiche condivise. Chi preferisce affossare la legge si prenderà le proprie responsabilità». Sintetizza Cucca, Iv: «Siamo al bivio. Se passa la linea Letta, si rinvia e si fa un accordo con tutti. Se passa la linea Cirinnà, sulla legge Zan si corre, si va sotto e si rischia che la legge muoia per sempre». L’appello trova l’eco del vuoto.

La mediazione al ribasso assume colori sbiaditi, distonici. Il Pd sembra già altrove, proiettato in una campagna elettorale anticipata in cui molti sentono il richiamo irresistibile della caccia. I risultati di quella che Enrico Letta definisce “vittoria trionfale” delle amministrative trova la sua apoteosi nella lunga relazione che il segretario snocciola in diretta streaming. «Oggi Letta si è preso il partito», commenta un deputato romano del Pd al Riformista. Obiettiamo: non se l’era già preso? «No, era segretario, ma adesso lo ha espugnato». E ripete: «Se lo è preso». Certamente ha indicato una sua roadmap – manovra, Colle, legge elettorale – che da una parte frena le voci su una trattativa già avviata sul Quirinale alimentate dal pranzo di ieri con Giuseppe Conte, e dall’altra rinvia il dibattito interno sulla legge elettorale. «Di Quirinale e di legge elettorale si parla dopo la legge di Bilancio. L’ultima cosa da fare è che queste cose finiscano per asciugare le energie». Stare sui contenuti – manovra, pensioni, Pnrr ma anche i diritti con la partita all’odg sul ddl Zan – e non avvitarsi in dibattiti politicistici. Con due punti fermi: il sostegno al governo Draghi e l’esclusione del voto anticipato. Un’impostazione che non trova voci dissonanti in Direzione.

La ‘pax’ lettiana, rafforzata dalla vittoria alle amministrative, al momento non si tocca. C’è Alessandro Alfieri, portavoce di Base Riformista, che prova ad accendere il dibattito sulla legge elettorale. «Ho detto che tra l’entrare nei dettagli di quale legge e non parlarne proprio, c’è una via di mezzo: si può intanto preparare il terreno per dire che l’esigenza di cambiare legge elettorale c’è», spiega Alfieri. Intanto per correggere le storture, in termini di rappresentatività, dovute al taglio del numero dei parlamentari. Un intervento a cui Letta, nella replica, risponde con il passaggio più politico della giornata spiegando perché è inutile parlare di legge elettorale prima del voto per il Colle. «Berlusconi ha deciso di farsi prendere in giro da Salvini e Meloni, che gli hanno promesso i voti per il Quirinale, e di chiudersi tra questa grande finzione tra loro che bloccherà tutto fino a che non verranno chiarite le scelte politiche per il presidente della Repubblica».

Ha proseguito Letta: «Perché la legge elettorale no? Perché ha senso cambiarla se c’è l’intesa con l’altra parte politica, perché si cambia con la controparte politica e la mia analisi è che fino al Quirinale il centrodestra non si muoverà su nessun tema. Fino a che non verranno chiarite le scelte politiche per la presidenza della Repubblica la possibilità di discutere in modo serio sull’assetto delle regole è pari a zero», è la convinzione del segretario PD. Gianni Cuperlo nel suo intervento cita quanti puntano a un proporzionale scommettendo «su una scomposizione di un pezzo della destra che passerebbe di qua dando vita a qualcosa di molto simile alla maggioranza di oggi, senza la Lega. A quel punto trovando nel capo del governo il garante naturale di un’operazione in sostanziale continuità con la scena di ora».

Sottolinea Cuperlo: «È abbastanza evidente che in questo quadro ogni riferimento all’Ulivo e a una coalizione larga, civica, per un nuovo centrosinistra perde parecchio del suo mordente». Un passaggio sul Quirinale lo ha dedicato Andrea Orlando, parlando in Direzione: «Con il campo largo e con l’unità del partito, che hanno funzionato alle amministrative, dobbiamo provare a dare qualche occasione di sganciamento alle forze liberali che sono nel centrodestra, anche in vista dell’appuntamento per l’elezione del Presidente della Repubblica», è il ragionamento del ministro del Lavoro.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.