Un Letta che si mostra perentorio e senza ambiguità su identità, alleanze e agenda del Pd non mette a tacere i dubbi alimentati dalle correnti, il chiacchiericcio sul congresso e, anche il fastidio/stupore per quello strano tributo che la stessa festa dell’Unità a Bologna ha riservato tre giorni fa al leader del Movimento 5 Stelle. Il segretario del Pd ha concluso la Festa dell’Unità sgomberando il campo, almeno per ora, da qualche ambiguità. Conte, ad esempio, non lo hai nominato in 40 minuti di intervento. Ha diviso il campo a metà – «un centrosinistra europeista, progressista e democratico e la destra, la destra estrema sovranista e ambigua sui vaccini perché questo è diventato il centrodestra di Salvini e Meloni»- mettendo il Pd al centro di questa metà campo. Della serie che l’alleanza con i 5 Stelle va anche bene ma sia chiaro che sono loro che vanno al Pd e non viceversa. Ha voluto sottolineare che il Pd è il partito dei lavoratori ma anche delle imprese e ha risposto, dal pulpito più alto, alla sirene di Goffredo Bettini: l’agenda Draghi è l’agenda del Pd.

Ma aver ribadito e sottolineato questi punti non è bastato per convincere gli scettici della linea Letta, quelli che pensano che «il Pd non può più tenere insieme Irene Tinagli e Beppe Provenzano», i due vicepresidenti scelti da Letta, l’accademica di formazione liberal e il ricercatore comunista. Che quella con i 5 Stelle sia solo un pezzo di strada da poter fare insieme, senza contratti. E occhio a Conte che non gli venisse in mente di tentare un’opa sull’elettorato Pd. Quelli, infine, che si chiedono che fine ha fatto il riformismo che doveva essere il motore del Pd. In prima fila a Bologna domenica sera sedevano uno accanto all’altro Orlando, Franceschini e Bonaccini, il governatore padre di casa oltre che rappresentante della corrente Base Riformista il cui leader era invece assente. Tutti hanno applaudito. Ma i rumori di fondo sono continuati.

Gli scettici hanno commentato che in realtà della serata hanno colpito due cose: ad esempio “la freddezza del pubblico rispetto a Zingaretti la sera prima e l’insistenza su ius soli e ddl Zan”. Il resto – il posizionamento del Pd come perno di un centrosinistra europeista e progressista – sarebbe stato declinato in una logica elettorale, sia per le suppletive (i sondaggi stanno premiando Letta nel collegio di Siena) che per le amministrative, soprattutto a Roma. Gira in queste ore – sempre ad esempio – un retroscena che ha come protagonista Dario Franceschini, indicato una volta di più come kingmaker di un ennesimo ribaltamento di equilibri in vista del congresso. Nei giorni scorsi Base riformista ha provato a sondare il terreno del congresso, dopo un voto giudicato “un po’ ambiguo” dell’assemblea del partito. L’articolo 8 ritoccato dall’organo assembleare infatti recita che il congresso viene convocato 6 mesi prima della scadenza del segretario, ovvero a settembre del 2022, che vorrebbe dire prima delle elezioni (sempre che non si vada al voto anticipato).

A stretto giro di posta è però arrivato il chiarimento del Nazareno: sei mesi prima va comunicata la data, quindi il congresso vero e proprio si terrà dopo le elezioni, secondo Letta. Una cosa è certa: non è questo il momento di parlare di congresso chiamando in causa i regolamenti. Se ne riparlerà dopo il voto. In base soprattutto ai risultati. Ma non solo. Almeno due le “variabili” che i bene informati indicano come determinanti. La prima porta il nome di colui che ha determinato tutti i cambiamenti dem, ovvero Dario Franceschini. Proprio colui che ha richiamato Letta da Parigi, è stato “pugnalato” dal segretario che oltre ad aver rimosso i due capigruppo Marcucci e Delrio, nel silenzio generale ha cambiato anche il capo delegazione dem al governo, sostituendo Franceschini con Andrea Orlando. Da allora il ministro della Cultura non hai mai più messo il becco nelle faccende interne del partito. Ma chi lo conosce sa che il silenzio per Franceschini vuol dire essere al lavoro. Pleonastico ricordare che i voti di Franceschini in assemblea nazionale possono determinare qualsiasi maggioranza. La seconda variabile porta a Bologna, nel palazzo della Regione Emilia Romagna. Se l’attuale inquilino, all’inizio del nuovo anno, cominciasse o continuasse a scalpitare, vorrebbe dire che sarebbe arrivato qualche impercettibile segnale dal dirimpettaio di Ferrara.

Ad osservare la partita con un certo interesse, anche Matteo Renzi e Carlo Calenda. Con Bonaccini che vince le primarie e si insedia al Nazareno, tutto il film sulle alleanze infatti cambierebbe e non a favore di Giuseppe Conte, che a quel punto sarebbe costretto ad accettare l’allargamento dell’alleanza ad IV e ad Azione (attivo al momento solo nel collegio di Siena). È anche chiaro che Letta si vorrebbe giocare tutte le carte con le elezioni, plasmando con i suoi uomini i gruppi parlamentari e tagliando fuori le correnti. Nel fine settimana si è tenuta anche l’assemblea di “LibertàUguale” il think tank di Enrico Morando che del riformismo ha sempre fatto la ragion d’essere della nascita del partito Democratico.

Nella sua relazione Morando ha indicato due possibili linee di frattura rispetto alla linea del Nazareno: Draghi Sì/ Draghi No; bipolarismo sì/no. E ha posizionato il “suo” gruppo senza-se-e-senza-ma nella casella Draghi e in uno scenario bipolare. Anche da Orvieto, dove si è tenuta l’assemblea, sembra che il segretario sia in una fase di “galleggiamento”. Più preoccupato in questa fase al risultato delle amministrative/suppletive che alla fase successiva, quella delle politiche. E del congresso, in qualunque momento sarà.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.