A gennaio non riuscì a far partire il Conte 3 pur avendo accarezzato il sogno di diventare ministro dell’Agricoltura. Ieri ha salvato il ddl Zan dal ritorno in commissione Giustizia. Un viaggio di sola andata visto che ce l’avrebbe spedito un’aula, quella del Senato, ormai incarognita su un provvedimento di legge – il ddl Zan – che vuole, al contrario, colpire l’odio contro tutte le presunte diversità. A cominciare dal sesso.

Ieri mattina al Senato è stato ancora una volta “Ciampolillo time”, dal nome del senatore ex 5 Stelle Alfonso Ciampolillo detto Lello, espulso per via dei mancati rimborsi. Oggi, come a gennaio, è uno dei 46 senatori del gruppo Misto di volta in volta ripescati per sostenere maggioranze che altrimenti non ci sarebbero. Ieri mattina al Senato si votavano le richieste di sospensiva del ddl Zan (il ritorno in Commissione) presentate da Forza Italia e Lega. La discussione è durata circa un’ora, quanto basta perché le segreterie di Pd e 5 Stelle si rendessero conto che non c’erano i numeri per blindare il provvedimento. È scattato l’allarme: il Pd non poteva fare nulla perché era al completo (i 3 assenti più che giustificati); i 5 Stelle invece avevano 14 assenti di cui almeno 5 non giustificati che però non si trovavano; anche Italia viva era al completo (4 assenti giustificati). I rinforzi sono arrivati giusto in tempo per la votazione, il ministro Patuanelli e le riserve del Misto. “Arrivano i riservisti Merlo e Ciampolillo” si leggeva in alcune chat del gruppo Misto, “stanno proprio messi male se chiamano loro, erano mesi che non si vedevano in aula”.

Stavolta Ciampolillo può sentirsi soddisfatto: la sospensiva è stata respinta con 136 voti contrari contro 135 a favore. Il ddl Zan è vivo per un voto. Decisamente troppo poco. Occhi bassi nei banchi del Pd. Imbarazzo tra i 5 Stelle che devono spiegare come minimo l’assenza di 5 senatori come Paola Taverna, Giuseppe Auddino, Gianni Girotto, Pietro Lorefice e Sergio Vaccaro. Salvini sintetizza: «La legge è morta se Letta e il Pd insistono a non ascoltare e a non voler dialogare in cerca di una mediazione». I numeri non mentono e in certi casi sono più espliciti di tante parole: il ddl Zan così com’è non passa, al primo voto segreto andrà sotto e a quel punto sarà affossato per sempre. È ciò che dice Renzi da settimane grazie magari a una maggiore e più larga capacità di ascolto dell’emiciclo. Italia viva in queste prime votazioni ha sempre garantito il suo appoggio, sia nelle pregiudiziali che ieri con la sospensiva. Lo farà anche se il dl dovesse andare avanti. Senza i renziani, il testo sarebbe stato già carta straccia.

Le assenze, quindi probabilmente la contrarietà, sono a macchia un po’ ovunque come ha fatto subito notare Giorgia Meloni (“8 senatori della Lega e 8 di Forza Italia assenti: fossero stati presenti la legge sarebbe stata già cestinata”). Segno che il testo che punisce i reati di omotransfobia e definisce all’articolo 1 (tra i più contestati) l’identità di genere e l’orientamento omosessuale interpella più le coscienze che gli ordini di partito. E ha creato dubbi e incertezze. Pd e 5 Stelle ora devono fare i conti con i tabulati del Senato. Martedì nel voto sulle pregiudiziali di costituzionalità il ddl Zan si è salvato per dodici voti (136 contrari, 124 favorevoli) con il segnale inequivoco dei 4 astenuti che infatti ieri mattina sono scesi in campo e hanno votato per mandare il testo in Commissione. Ieri mattina sono stati recuperati anche sette assenti fissando il risultato a 136 contrari e 135 favorevoli (al ritorno in Commissione). Nonostante gli sforzi dialettici e le forti convinzioni della capogruppo Pd Malpezzi e dei senatori Cirinnà e Mirabelli è chiaro che così non è possibile andare avanti. Anche perché nel Pd ci sono sofferenze e diversità di opinioni.

Si tratta di trovare il coraggio e affrontare il segretario. Lo ha fatto l’ex capogruppo Pd Andrea Marcucci: «Chi ha buon senso e vuole difendere il ddl Zan deve intervenire adesso, andare avanti con il muro contro muro rischia di favorire solo chi non vuole la legge». Lascerà il Pd, come chiede il capogruppo di Iv Davide Faraone, «quell’Aventino dove si è arroccato con i 5 Stelle per discutere e trovare soluzioni?». È stato fatto – o narrato – molto tatticismo intorno a questa legge sacrosanta e necessaria. Si è parlato del “piano suicida di Letta pur di poter poi attaccare Salvini e Renzi, screditare loro e acquisire consenso”. Si è parlato, al contrario, del tatticismo di Renzi che “appena può deve dare centralità al suo partito” altrimenti soffocato dal governo di unità nazionale. Si è parlato molto di tattiche e assai meno dei contenuti di un testo importante, difficile e criticato da molti giuristi.

Di sicuro non è stato capito lo strappo e il muro contro muro. «Provare a spaccare il Parlamento in due non è da politici illuminati ma da politicanti. Guai rifiutare la discussione su una materia così rilevante», ha detto il senatore Caliendo (Fi). Andrea Cangini ha inviato Letta a «mettere da parte la demagogia e ricercare il compromesso». «Un po’ di buon senso e di intelligenza politica – ha chiesto il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo – perché se lo schema è «o Zan così com’è o morte», vi ricordo che fine ha fatto l’altro schema “o Conte o morte”. Il socialista Riccardo Nencini ha avvisato il Pd: «Non voglio che un’opinione personale (art.4 del ddl Zan, ndr) venga sottoposta all’arbitrio decisionale di un giudice. Si riporti la libertà in questa fetta di emiciclo».

Il berlusconiano Dal Mas ha messo in guardia dal «rischio dell’eterogenesi dei fini cui possono giungere i tifosi di questo ddl», togliere diritti a qualcuno per darli ad altri.Letta e Conte devono valutare in fretta cosa fare. Hanno tempo fino a martedì, termine ultimo per gli emendamenti. Il tempo della ricerca dell’ultima mediazione inizierà allora. «Correggiamo gli articoli 1- 4 e 7 – dice Renzi – poi lo blindiamo il testo alla Camera e sarà legge entro la fine dell’estate». Salvini sembra sulla stessa linea. Ma il Pd non si fida.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.