Nulla da fare. Si va alla conta in aula il 13 luglio con il testo così com’è, invariato. E sono in molti a dire che “il disegno di legge Zan in realtà è morto oggi” perché il “prendere o lasciare” imposto da Pd e 5 Stelle è una decisione suicida. E magari, dicono i più maligni, a destra ma anche a sinistra, «concordata proprio con il Vaticano per cassare una legge che non piace ai cattolici e neppure alle femministe scaricando però la colpa su altri». Due a caso: Matteo Renzi e Matteo Salvini. Attenzione però: «Italia Viva – dice il capogruppo Faraone – ha provato a fare una mediazione. Non ci siamo riusciti, peccato, eravamo e restiamo convinti che fosse necessaria. Non è andata così. È chiaro che noi voteremo il ddl Zan». C’è anche chi fa notare che, dopo la famosa lettera della Santa Sede, non ci sia stata più alcuna richiesta ufficiale da parte del Vaticano.

Lo stop a ogni trattativa è arrivato poco dopo le 16 dopo due tentativi, uno la mattina e uno alle 15, di trovare una mediazione tra il testo già approvato alla Camera nel novembre 2020 e le modifiche proposte dal presidente della commissione Giustizia Ostellari (Lega) e da Italia Viva, dal sottosegretario Scalfarotto e dal capogruppo Faraone. A quell’ora, dopo una riunione di Pd, Leu, M5s e Iv e lo spiraglio di una possibile trattativa (sulle date e su alcune modifiche) e il riconoscimento di un “buon lavoro seppure tardivo del presidente Ostellari”, è arrivato abbastanza incomprensibile l’ennesimo stop di Letta. «Se il ddl Zan non passerà, sapremo di chi è la colpa», ha ripetuto il segretario come se fosse più importante avere il colpevole che avere una buona legge contro l’omotransfobia. C’è molto nervosismo su questo disegno di legge. Come se su questa partita se ne giocassero in realtà molte altre, ad esempio l’ennesimo regolamento di conti Pd-Iv e quella di rendere la vita impossibile alla Lega in questa larga maggioranza. Sull’opportunità politica di queste manovre adesso, ognuno saprà e potrà valutare.

La verità è che tutti, anche i più strenui difensori del ddl Zan, sanno che i numeri al Senato sono risicati, appena una decina in più a favore delle legge, che il partito dei contrari è trasversale un po’ in tutti i gruppi, anche nel Pd (ieri il Nazareno ha indicato una dozzina di indecisi) e nei 5 Stelle. Insomma, il rischio di affossare tutto con un voto segreto è molto alto. Il Pd dice che non lo chiederà. Ci mancherebbe altro. Bastano venti senatori per averlo. Il dibattito in aula al Senato sulla calendarizzazione ha toccato un po’ tutti questi temi. E se Pd e M5s hanno tenuto il punto sulla data del 13, Italia viva, Forza Italia, Lega e anche la presidente Casellati («i gruppi riflettano, non rinunciamo al dialogo per una settimana») hanno provato a chiedere una settimana in più. Nulla da fare. «Invece di avviarci a una frenetica e folle corsa per approvare il ddl Zan così com’è, prendiamoci qualche giorno in più per lavorare seriamente su un testo in Commissione», ha chiesto la capogruppo di Fi Anna Maria Bernini. «Vi chiediamo di riflettere nuovamente sulla mediazione che il presidente della commissione Giustizia e relatore Ostellari ci ha proposto, in fondo ci siamo bloccati solo per una parola (“identità di genere”, ndr) abbandoniamo le bandierine e facciamo una mediazione alta».

Che succede adesso? Italia viva ha detto che in assenza di mediazione «farà comunque avere il suo supporto di voti al ddl Zan». Per il Pd avere la data è già una bandiera e una vittoria. In questa settimana si tenteranno altre mediazioni, soprattutto sull’articolo 1 e 4, quelli che definiscono l’identità di genere e l’orientamento sessuale. Preoccupa anche l’obbligo della giornata a scuola dedicata a questi temi per sensibilizzare tanti ragazzi e ragazze, nonostante proprio a causa del genere molti subiscano atti di bullismo spesso con esiti tragici. Molta attenzione anche al pallottoliere: se Pd e 5 Stelle hanno sbagliato i conti avranno la responsabilità di aver affossato la legge. Nel primo via libera a Montecitorio la legge passò con 265 voti a favore e 193 contrari. C’era il governo giallorosso. Il voto finale è avvenuto con scrutinio segreto chiesto da Fratelli d’Italia. Molto diverso il quadro a palazzo Madama. I voti favorevoli al testo del ddl Zan così com’è, senza modifiche, si attestano su una forbice che oscilla tra i 130 e i 145 sì. Numeri che da soli, senza i renziani, sarebbero insufficienti a blindare il testo. Sulla carta, e salvo defezioni a favore o contro, i voti a sostegno della legge sono dei 75 senatori M5s, 38 del Pd (una decina quelli incerti), un paio delle Autonomie, i 6 senatori di Leu, inoltre si calcolano circa una decina dal gruppo Misto.

I voti contrari, nel caso non si apportassero modifiche al testo, sono così composti: 51 senatori di Forza Italia (ma alcuni azzurri potrebbero votare a favore come già accaduto alla Camera), 20 FdI, 64 Lega, 7 Idea, a cui andrebbero aggiunti altri voti dal Misto, per un totale che si aggira da un minimo di 145 voti contrari fino a toccare anche 155-158 no. Determinanti dunque, sia per l’eventuale approvazione definitiva del ddl Zan che per la sua bocciatura, i voti dei 17 senatori di Italia viva. Che ieri ha fugato ogni dubbio: «Noi voteremo a favore. Ma stiamo uccidendo una buona legge».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.