Andrà in aula. Il 13 luglio. Ma non è ancora chiaro come. Perché la sensazione è che sul disegno di legge Zan le forze politiche stiano andando al di là del merito della legge – combattere e prevenire i reati di omotransfobia che sempre di più occupano le nostre cronache – e stiano invece impostando una guerra di tatticismi finalizzati ad alzare bandierine e mettere in difficoltà avversari ma anche alleati. Lega e Fratelli d’Italia non ne vogliono sapere di “doversi occupare di una cosa di cui non frega nulla a nessuno in questo momento”.

Il Pd di Enrico Letta ha trovato in questo ddl una straordinaria occasione identitaria, un modo per dire “noi siamo questi qua, quelli dei diritti” in un momento in cui il Pd in effetti non azzecca una battaglia né un’alleanza. E ha fatto resuscitare persino l’asse Pd-M5s che sembrava morto e sepolto. Italia viva ne fa una questione di “risultato finale”: «Il testo così com’è sarà silurato in aula con i voti segreti. Facciamo alcune correzioni e portiamolo a casa. Diversamente non se ne riparla più per anni». Le correzioni agli articoli 1-2 e 4 del ddl Zan però sarebbero nei fatti “uno scippo” perché la legge non si chiamerebbe più Zan (deputato Pd) ma Scalfarotto (deputato Iv e sottosegretario all’Interno). Ottimi motivi per cui il Nazareno non può tollerare lo scippo. Morale della favola: mentre il centrodestra tiene più o meno compatto sulle richieste di modifiche, nel campo largo del centrosinistra non si trova di meglio che darsela di santa ragione. Con un unico comun denominatore: buttare la croce addosso a Italia viva e a Matteo Renzi ieri preso di mira sui social anche con minacce di morte.

I colleghi parlamentari si sono distinti in vario modo. Monica Cirinnà, senatrice Pd, ha accusato Renzi di «fare tattica politica sulla pelle dei più deboli» e lo ha paragonato a Viktor Orban che ha appena firmato una legge in cui in pratica si paragona un omosessuale ad un pedofilo. Ha dimenticato, Cirinnà, che se la legge sulle unioni civili porta il suo nome, deve dire grazie a Matteo Renzi, allora premier e segretario, e non certo alle promesse dei 5 Stelle che cambiarono idea in una notte al Senato. Alessandro Zan, il papà dell’attuale disegno di legge, chiede a Iv uno “scatto d’orgoglio” e denuncia: «La Lega sta usando Italia viva per affossare la mia legge». Due accuse micidiali in poche parole: quelli di IV sarebbero fessi e liberticidi. Se poi si va dalla parti di Sinistra italiana i toni si alzano ancora di più con Nicola Fratoianni che dichiara: «Se non ci sarà nessuna legge di civiltà la responsabilità sarà solo di Iv”. In prima fila, tra Pd e Leu, a sparare a pallettoni contro Renzi c’è il Movimento 5 Stelle che a mala pena sa di esistere eppure trova forza e collante nell’attaccare Italia viva.

Un po’ di merito, per capirci qualcosa. Il disegno di legge Zan è stato approvato alla Camera nel novembre 2020. È di iniziativa parlamentare, nasce con il governo giallorosso, accorpa varie proposte di legge tra cui quella di Ivan Scalfarotto. Il ddl aggiorna e definisce concetti di identità di genere e orientamento sessuale necessari per definire le vittime dei nuovi reati. Una volta arrivato al Senato, il ddl Zan si è fermato per l’ostruzionismo della Lega che non ne vuole sapere. Due settimane fa, l’intervento del Vaticano che chiedeva importanti modifiche al testo, ha ottenuto l’effetto contrario: i quattro partiti di centrosinistra, Italia viva compresa, hanno strappato, deciso di togliere la legge dalla Commissione e portarla in aula. Questo succederà oggi e Italia viva voterà, come promesso, per portare il ddl in aula. Finalmente. Con un suggerimento arrivato già due settimane fa: «Occorre fare alcune modifiche – hanno spiegato a turno Renzi, Scalfarotto, Faraone, Paita, Rosato, Bellanova – perché così com’è il testo viene affossato nei voti segreti. E a quel punto non se ne parla più. Facciamo alcune modifiche – è il suggerimento – che non svuotano il senso della legge, salviamola e portiamola a casa». Si chiama compromesso.

La proposta di modifica è arrivata sabato. Ieri Scalfarotto la spiegava così: «Dobbiamo essere pragmatici e realisti». Esistono «due gruppi di pressione trasversali a tutti i partiti – cattolici e femministe – che non accettano questo testo soprattutto nella parte che vuole definire l’identità di genere e l’orientamento omosessuale». Sono definizioni che dividono giuristi ed esperti, figurarsi un Parlamento che nasce da inarrestabili spinte populiste. La proposta di Scalfarotto è di “superare queste definizioni”, dunque levarle (articolo 1 e 4) per cui «i reati non dipendono dalle caratteristiche della vittima del reato, che devo definire facendo arrabbiare mezzo mondo, ma dal movente e cioè l’omofobia e la transfobia». Scalfarotto riconosce che sarebbe «una bella bandiera poter utilizzare e definire questi due concetti».

Ma occorre essere realistici e pragmatici e sapere che «i mal di pancia sono ovunque, anche nel Pd, e nel voto segreto nessuno controlla più nulla». Il segretario Letta non ci sente: «Il testo non cambia, avanti così com’è». Zan è allineato. L’alleanza strutturale Pd-M5s anche. Il fronte a favore conta al Senato circa dieci voti in più. Chiunque ha esperienza di aula sa bene che dieci voti sono meno di un ghiacciolo al sole quando ci sono i voti segreti. «Noi non li chiediamo» ha messo le mani avanti Zan. Neppure alla Camera. Ma ce ne furono più di quaranta.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.