La crisi di identità, a destra come a sinistra, della larga maggioranza avrà modo di misurarsi in settimana su due dossier chiave come il ddl Zan e la riforma delle pensioni, obbligatoria visto che a fine dicembre scade Quota 100. La prima riguarda il Parlamento. La seconda il governo. In entrambi i casi però si potrà misurare lo stato di avanzamento – o di consistenza- dei vari cantieri e work in progress che la pandemia, la prevalenza dell’europeismo e la “fine” dei nazional-populismi ha generato tra le piccole e grandi famiglie politiche italiane.

Per essere più chiari: il disegno di legge Zan, il contestato insieme di norme contro l’omotransfobia, misurerà le potenzialità di un’ipotetica maggioranza Ursula qualora Forza Italia abbandonasse la linea della coalizione molto critica con il disegno di legge per approdare alla “mediazione” su cui il segretario del Pd Enrico Letta all’improvviso – ma non inaspettatamente – ha dato il via libera in nome e per conto del centrosinistra. Il rebus pensioni, un capitolo della legge di bilancio, misurerà invece la capacità della Lega di restare nella larga maggioranza di Draghi e di tenere il passo del premier. E quindi l’indice di europeismo e la fine del populismo che tre anni fa produsse una norma iniqua e costosissima: Quota 100 è costata 19 miliardi e ha mandato in pensione anticipata (62 anni) oltre 400 mila lavoratori. Per l’80% uomini e per il 90% dipendenti pubblici. Non proprio, insomma, una categoria disagiata e sottoposta a lavori usuranti.

Sul ddl Zan Letta si è mosso in zona cesarini. Il testo era finito in fondo al cassetto a fine luglio dopo aver tenuto banco per un mese come se fosse la prima emergenza del paese in un braccio di ferro tra Pd-M5s-Leu e resto del mondo al grido dello stesso Letta “la legge deve passare così com’è”. La scorsa settimana, a ballottaggi ultimati, con un Pd più forte, la legge è stata messa nuovamente in calendario domani. Con un ordine del giorno, però, suicida. Dopo aver terminato la discussione generale, infatti, sarà votata la richiesta di Lega e Fratelli d’Italia (quindi il centrodestra diviso) per il “non passaggio agli articoli”. Se dovesse passare, il ddl Zan sarebbe morto e sepolto. Una trappola regolamentare ben congegnata da due vecchie volpi dei regolamenti d’aula come La Russa e Calderoli. Identico e triste destino accaduto nella scorsa legislatura al disegno di legge analogo che portava la firma di Ivan Scalfarotto (Iv), attuale sottosegretario all’Interno. Il voto dovrebbe essere palese (si parla di una procedura e non del merito) ma la decisione finale toccherà al presidente del Senato Elisabetta Casellati.

In questo contesto va letto l’appello di Letta arrivato domenica sera dal salotto di Fabio Fazio. «Noi abbiamo veramente un dovere verso la nostra società, dobbiamo portare questo ddl avanti e approvarlo. Sono stato molto rigido e questo ci ha consentito di arrivare all’aula del Senato (il testo è già stato approvato alla Camera, ndr). Ora però chiederò ad Alessandro Zan, il padre di questa legge, di fare un’esplorazione con le altre forze politiche per cercare di capire le condizioni che possano portare ad un’approvazione del testo rapida, anche con modiche purché non siano cose sostanziali. Mi fido di Alessandro e delle scelte che farà. Approvare una legge contro i crimini di odio è la nostra responsabilità rispetto a tante persone che si aspettano questa risposta». In questo ragionamento c’è una parola chiave, una di quelle che fanno la differenza: “Modifiche”. Fino all’estate la segreteria dem era stata categorica: «Nessuna modifica, approvare il testo così com’è».

Una rigidità che ha portato la legge sul binario morto perché, come ha sempre avvisato il leader di Iv Matteo Renzi che a palazzo Chigi ha firmato le leggi più importanti sui diritti civili, «sullo Zan il voto è segreto e, al di là delle dichiarazioni ufficiali, ci sono troppi mal di pancia anche tra i senatori Pd». E non solo. La posizione di Italia viva a inizio luglio era: «Mettiamoci al tavolo e facciamo quelle correzioni che ci consentono di allargare il più possibile la base ed approvare poi in via definitiva la legge dopo un veloce passaggio alla Camera». I senatori di Italia viva sono stati apostrofati “traditori”. Ieri hanno potuto rivendicare: «Avessimo cercato la mediazione a luglio, la legge sarebbe già approvata». Iv aveva proposto un pacchetto di emendamenti (oltre ai quasi mille di Lega e Fdi) su tre punti, i più divisivi, quelli su cui anche il Vaticano aveva preso carta e penna: identità di genere; la giornata nelle scuole. «Il concetto di identità di genere non è disponibile. Altre modifiche, vediamo. Vorrei prima di tutto ascoltare» ha fatto sapere Zan che oggi alle 17 riunisce i capigruppo – tutti, di maggioranza e opposizione – in vista del voto di mercoledì. Si tratta di una mossa finalizzata ad evitare sorprese domani quando sarà votato il non passaggio agli articoli. Una prima conta in attesa delle altre. Un bel test.

Con Italia Viva la maggioranza è netta. Se ci fosse un allargamento a Forza Italia, favorito dal riposizionamento di Letta in chiave mediatore, la faccenda diventerebbe ancora più interessante. Anche per questo è in programma ad horas un vertice del centrodestra: occorre decidere una linea comune su questo e sulla manovra e quindi sulle pensioni. Berlusconi dovrebbe tornare a Roma ma l’unica unità che possono trovare Fi, Fdi e Lega su un tema come il ddl Zan è di votare in libertà di coscienza. E lasciare il centrosinistra a giocare la partita. Sulle pensioni la faccenda potrebbe, per il centrodestra, essere meno complicata che nel centrosinistra. Anche qui sono da osservare le grandi manovre al centro. Draghi ha parlato chiaro: «Via Quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi, ndr), torniamo alla normalità (cioè la legge Fornero, in pensione a 67 anni, ndr) ma facciamolo con gradualità». Creando cioè opzioni intermedie per andare in pensione. Alcune “scalette” – ad esempio Quota 102 e Quota 104, 38 anni di contributi e 64 o 66 anni di età – invece dello “scalone” che si apre dal primo gennaio quando per andare in pensione serviranno 67 anni di età e 38 di contributi. Lo scoglio più ostico sembra superato: Salvini ha detto di non voler restare prigioniero delle etichette (la “sua” Quota 100) e ha dato il via libera alla gradualità «pur di non tornare alla Fornero».

Il punto quindi è come declinare il concetto di gradualità in modo compatibile con il bilancio dello Stato. E della Manovra: il Documento programmatico di bilancio, che fissa i grandi numeri della manovra da 23,4 miliardi, ha destinato un miliardo e 400 per le pensioni. I partiti stanno facendo pervenire le rispettive richieste. Il Pd – e anche i 5 Stelle – chiede di rifinanziare Opzione Donna (lavoratrici in pensione a 60 anni con pensioni però scontate e più leggere); di allargare la lista dei lavori usuranti e che quindi possono smettere prima di lavorare (l’ex ministro Damiano, consulente di Orlando ne ha indicati una trentina, il doppio di quelli attuali); di essere più flessibili sugli anni dei contributi perché la maggior parte dei lavoratori non hanno continuità contributiva. Iv e Forza Italia vorrebbero che i soldi fossero messi soprattutto sul taglio delle tasse andando così oltre gli 8 miliardi finora stanziati.

Oggi Draghi incontra i sindacati (ore 18) Cgil, Cisl e Uil. Bombardieri (Uil) chiede di valutare «la compatibilità sociale e non solo economica della riforma». Soprattutto, e questo lo chiedono anche Cgil e Cisl, di «dividere la voce assistenza (le cig, ad esempio, ndr) dalla previdenza. Sarebbero 2,8% punti di pil in meno impegnati sulla voce pensioni». Che è quella che preoccupa Draghi e l’Europa che accusa l’Italia di spendere troppo sulle pensioni (circa 300 miliardi l’anno). Il premier ha detto che occorre chiudere in settimana. Il Consiglio dei ministri è atteso per giovedì. Ieri sera Draghi ha incontrato Salvini. Si lavora, «in un clima disteso e collaborativo» si fa notare, alla «gradualità». Draghi ha un obiettivo: dimostrare a Bruxelles che l’Italia ha un sistema pensionistico equo e in linea con gli altri paesi europei. Dove si va in pensione a 65 anni.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.