Gli assembramenti, le risse e l’accoltellamento di un giovane che hanno funestato il carnevale a Napoli sono fatti gravissimi. Diventano ancora più allarmanti, però, se associati alle dichiarazioni rilasciate ieri da Luigi de Magistris. A Canale 9 il sindaco ha parlato dell’aggressione come di «un fatto di una gravità assoluta», ma si è ben guardato dall’assumersi una quota di responsabilità del caos che due giorni fa si è scatenato sul lungomare.

Ha chiarito che «i controlli vanno bene se ci sono concentrazioni di persone eccessive e pericolose», come se a passeggiare in via Caracciolo fossero pochi napoletani; ha puntato il dito contro la «desertificazione dovuta alla pandemia» che avrebbe fatto aumentare la criminalità, come se le risse si fossero scatenate nei vicoli di un quartiere di periferia e non nel cuore della città; ha rivolto un appello alle forze dell’ordine «affinché il territorio sia controllato», come se questa attività non riguardasse anche il primo cittadino.

Certe parole non fanno altro che confermare, qualora ce ne fosse bisogno, l’inconsistenza dell’amministrazione comunale. Non perché il controllo del territorio spetti solo ed esclusivamente alla polizia locale, ma perché certe prese di posizione mettono in luce l’atteggiamento autoassolutorio con il quale de Magistris ha (mal)governato Napoli per dieci anni. Dal 2011 a oggi, l’approccio del sindaco ai problemi della città e alle loro possibili soluzioni ha oscillato dal “non ci sono i soldi” al “non ho i poteri”. Pensate al tema dei rifiuti. Il 28 giugno 2011 de Magistris prometteva che, entro la fine di quell’anno, la raccolta differenziata sarebbe arrivata al 70%. A nove anni di distanza, la differenziata è ferma al 34,3% (i dati relativi al 2020 sono sul sito dell’Asìa) e il sindaco si giustifica lamentando le scarse risorse a disposizione e l’inerzia del Governo centrale (dichiarazioni del 14 maggio 2020).

Un primo cittadino, però, non è un amministratore di condominio. Svolge una funzione politica e, soprattutto quando amministra la terza città d’Italia, deve dimostrare quell’autorevolezza e quella lungimiranza indispensabili per prevenire o risolvere certi problemi. Il che, nel caso specifico, significa concordare con Prefettura, Regione e Governo un efficace piano di controllo del territorio che scongiuri assembramenti, risse e accoltellamenti sull’intero territorio comunale. Ma vuol dire anche sfalsare gli orari di attività di scuole e uffici pubblici, rafforzare il trasporto locale, ridisegnare la città in base alle esigenze imposte dalla pandemia.

E, ovviamente, pretendere che gli altri attori istituzionali facciano la loro parte in quella prospettiva. De Magistris non ha fatto nulla di tutto ciò, dimostrando di non avere un progetto innovativo e di lungo periodo per Napoli e continuando a nascondersi dietro i soliti alibi e ad annunciare iniziative destinate a risolversi puntualmente a “sgonfiarsi”. Che ne è stato dell’idea di rivitalizzare il Centro direzionale, così da decongestionare il lungomare, annunciata nella scorsa primavera? Sparita dai radar al pari di iniziative velleitarie come la creazione della flotta o il conio di una moneta tutta napoletana.

In altri termini, strategie zero; per il resto, fumo con la manovella: un modello che ha devastato Napoli e che ora rischia di ridurre in macerie anche la Calabria, prossimo obiettivo del peggior sindaco della storia partenopea.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.