Caro monsignore, da ragazzo leggevo tutte le encicliche. Ora non più. Mi è rimasta impressa soprattutto la Populorum Progressio, credo che sia del ‘67. Un libricino piccolo, giallo, lo tenevo sul comodino insieme alle lettere dal carcere di Gramsci. Paradosso: quello di Montini era un testo teorico, quello di Gramsci una testimonianza di umanità. Ricordo in particolare una frase di quella enciclica: Categorica l’affermazione: «La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservarla a suo uso esclusivo”. Poi venne il ‘68. Poi ancora grandi lotte, grande riforme. Però… Che intendeva dire Montini? Cosa significò quell’enciclica?

Piero Sansonetti

Caro Direttore, con questa domanda tocchi davvero il “cuore” dell’impegno della Chiesa per promuovere un “ordine sociale” più equilibrato e giusto. Non a caso la “Dottrina sociale” inizia con Leone XIII e con la sua enciclica Rerum Novarum del 1891. Erano gli anni dell’industrializzazione, della nascita del socialismo, delle emigrazioni dalle campagne alle città. Fenomeni nuovi, appunto, rerum novarum, che interrogavano la Chiesa ed il Papa. Ma tutto era ancora circoscritto nell’Occidente. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa si confronta con l’incipiente globalizzazione. E Paolo VI – a seguito della Gaudium et Spes, il testo conciliare che metteva la Chiesa in relazione alla comunità umana – si pone sulla soglia della globalizzazione. Lo scrive già all’inizio: «Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale» (3). Era la Pasqua del 1967 (26 marzo). La pace dei popoli è legata allo sviluppo di “tutti” i popoli, non di qualcuno a scapito di altri.

La frase che tu citi sulla “proprietà privata” è uno dei punti salienti del testo – e divenne anche il focus delle pretestuose polemiche ideologiche che inevitabilmente hanno favorito letture riduttive del testo. Erano gli anni in cui iniziava la “contestazione”, come tu giustamente ricordi. Non furono molti a rendersi conto in maniera adeguata del grande fenomeno della globalizzazione che stava ormai prendendo piede. C’era stato McLuhan che aveva usato già nel 1964 l’espressione “global village” nel volume The Gutenberg galaxy tradotto in italiano nel 1976 con “villaggio planetario”. E il grande patriarca Atenagora – con il quale Paolo VI si abbracciò nel memorabile incontro a Gerusalemme – che ammoniva «guai se i popoli raggiungessero un giorno l’unione al di fuori delle strutture e della teologia della Chiesa». Per lui sarebbe stata un’unificazione senz’anima.

Quella “visione” cristiana e assieme umanistica della globalizzazione Paolo VI l’aveva offerta. Come non ricordare la coraggiosa e splendida affermazione fatta davanti all’assemblea dell’ONU nella visita del 1964 quando presentava la Chiesa “esperta in umanità”. Il magistero papale successivo non ha certo eluso la “questione sociale” ormai aperta anche per la Chiesa come un tema di critica e di autocritica necessario: in primo luogo per l’Occidente cristiano e post-cristiano. Giovanni Paolo II non l’ha elusa. Con la sua enciclica Centesimus Annus – datata Primo maggio 1991, con la quale intese celebrare i 100 anni dalla Rerum Novarum – Giovanni Paolo II presentava un’analisi delle cause che avevano condotto al declino e alla caduta dei regimi nell’Est europeo. Quindi chiariva la distinzione tra economia di mercato ed economia capitalista. Nella sostanza diceva: “La Chiesa ha rifiutato le ideologie totalitarie e atee associate, nei tempi moderni, al ‘comunismo’ o al ‘socialismo’. Peraltro essa ha pure rifiutato, nella pratica politica del ‘capitalismo’, l’individualismo e il primato della legge del mercato sul lavoro umano” (CCC, par. 2425).

Sono affermazioni chiare sull’umanesimo che guida il pensiero della Chiesa che – in rapporto al tema della proprietà privata – privilegia l’antica affermazione cristiana della “destinazione universale dei beni”. Una convinzione che viene da lontano e che è radicata nella prassi tramandataci dalla già dal Primo Testamento con l’istituzione dell’anno sabbatico e del giubileo: anno in cui la storia ri-iniziava da capo, la terra veniva ridistribuita in maniera egualitaria, i debiti venivano condonati, e persino la terra doveva essere risparmiata contro un eccessivo sfruttamento. Papa Benedetto XVI – nell’enciclica Caritas in Veritate – arricchisce questa antica tradizione con il concetto più moderno di “bene comune” che lega strettamente alla centralità della persona umana, alla solidarietà, alla sussidiarietà. Il bene comune è il bene di tutti gli esseri umani e di tutta la persona umana, nelle sue dimensioni fondamentali: materiale, socio-relazionale, spirituale. Tre dimensioni che vanno di pari passo: nessuna prevale sull’altra.

In concreto, secondo la visione del bene comune, l’organizzazione del lavoro, il funzionamento dei mercati, le forme della politica devono essere tali da favorire uno sviluppo umano integrale. E mi pare più che opportuno notare l’innesto di Papa Francesco in questa tradizione. E’ nota la sua attenzione ai movimenti popolari e, ancor più, alla convinzione che il progresso dei popoli inizia a partire dalla attenzione alle periferie, ai popoli e ai più emarginati. E non cessa di ribadirlo. Aprendo anche un nuovo fronte che possiamo chiamare della “Bioetica Globale”: la giustizia è non solo “il nuovo nome della pace” ma è giustizia se consente lo sviluppo e la promozione della vita umana in maniera globale. Quando nella Laudato Si’ parla di vita umana, ha in mente non solo la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale; ha in mente la “qualità della vita” – uno sviluppo culturale, sociale, economico, politico per tutti i popoli, per tutte le nazioni – in un quadro di rispetto dell’ambiente e dell’intera vita nel pianeta.
Caro direttore, perdonami questo rapido excursus del pensiero della Chiesa sulla questione sociale.

Sono solo dei rapidissimi cenni. Li ho richiamati perché appaiano ancor più evidenti alle nostre coscienze le violazioni del principio della destinazione universale in questa nostra società, e possa crescere lo sdegno per lo scandalo di una globalizzazione capitalistica e mercantile che è diventata “matrigna” dei popoli visto che continua a far crescere disuguaglianze e costrizioni insopportabili tra i popoli. Di fatto, questo significa che la riscoperta della “questione sociale” nessuna delle forme di governance a noi note, anche quelle democratiche di cui abbiamo sperimentato i vantaggi umanistici, può essere esonerata dall’impegno di una seria trasformazione, che le renda adeguate alla giustizia del legame sociale che tiene in vita il “demos”, rendendolo soggetto comunitario del suo stesso sviluppo.

Ovviamente non voglio negare i notevoli progressi che la modernizzazione economica e tecnologica ha portato nel pianeta. Ma gli effetti collaterali che essa sta generando sono talmente grandi che rischiano di far saltare in aria la pacifica convivenza tra i popoli. La fraternità tra i popoli è di fatto in ostaggio delle aristocrazie del denaro e del benessere: i nazionalismi totalitari odierni sono i figli atei delle guerre di religione di ieri. Non è affatto un caso che la globalizzazione economica abbia un rapporto sempre più stretto con nazionalismi populistici. Ed è paradossale che gli eredi della cultura della critica sociale di ieri (Gramsci, tu dicevi) mostrino indignazione di circostanza per i sovranismi (fino a dimenticarsi di sostenere la cultura popolare delle comunità locali) e poi si trovino con le armi così spuntate a fronteggiare seriamente la religione del denaro (che ormai ha istillato nel nostro inconscio il diritto all’accumulo: senza riguardo per il bene comune e, in ogni caso, “prima per i nostri”).

Il magistero sociale dei papi del Novecento e di questo inizio di secolo, in effetti, ha portato un contributo “teorico” – come tu dici di Paolo VI – e contiene stimoli notevoli per tutti, per i credenti e per il grande mondo dei credenti in altro modo e dei laici. E anche l’avvertimento è chiaro: non ci sarà una giusta distribuzione dei beni della terra tra i popoli se non si affermerà quella visione (utopica!?) della fraternità universale che papa Francesco sta proponendo proprio in questi ultimi mesi.

Populorum progressio, da rileggere insieme con Octogesima adveniens, ancora più incisiva, aveva aperto una visione propositiva – ma anche critica e autocritica – di maggiore respiro: dopo le accese e futili polemiche sulla sua autentica ispirazione, il tema della “nuova” globalizzazione dell’umanesimo e della fraternità si è annacquato anche nella teologia. Esso va affrontato in termini ampi, concreti, radicali. Il magistero cattolico aveva intuito che si apriva una “nuova epoca” (Rerum novarum): le raccomandazioni generiche e gli aggiustamenti giuridici sono insufficienti. Francesco riapre il tema in questi termini: non è semplicemente questione di una nuova ideologia critica del “sistema”, che ormai sta a zero; si tratta di assecondare la domanda globale di buon “governo” che viene dai popoli, in tutto il mondo. Questa domanda, in cui i popoli si riconoscono ormai, non ha ancora interpreti all’altezza della sua urgenza e della sua trasversalità umanistica.

Per l’intellettuale europeo – teologi compresi – è una vera e propria questione di responsabilità morale che deve onorare i loro privilegi (e non per esercizi di retorica moralistica, che immunizzano dalla critica la buona coscienza: come abbiamo visto in occasione della crisi economica del 2008). Paolo VI aveva aperto questo orizzonte: Octogesima adveniens, per lo più ignorata anche dai suoi, indicava con precisione anche il metodo. La pandemia – nella sua drammaticità – tiene in sospeso il sistema-mondo al quale ci stavamo rassegnando e che si stava aggrovigliando su sé stesso. Siamo tutti nella stessa tempesta: ma oggi è ancora più evidente che stiamo remando su barche molto differenti: le più fragili affondano ogni giorno. Una straordinaria opportunità per ripensare il modello di sviluppo. Tutti siamo interpellati, la politica, l’economia, la società intera, le religioni stesse, per un nuovo assetto sociale che metta al centro il bene comune di tutti i popoli. Ricordandoci che non c’è più nulla di “privato”, che non metta in gioco anche la forma “pubblica” dell’intera comunità.

L’amore per il “bene comune” non è una fissazione cattolica: la sua articolazione concreta, adesso, è una questione di vita o di morte, per la convivenza all’altezza della dignità personale di ciascun membro della comunità. Per i credenti la fraternità solidale è una passione evangelica, certo: ed essa apre l’orizzonte per un’origine più profonda e per una destinazione più alta. Ormai, però, il pensiero e l’azione di una politica su misura di un’umanità vulnerabile e di una prossimità disponibile, deve diventare cultura diffusa: e fare giustizia delle vecchie retoriche populistiche e dei nuovi libertinismi individualistici che istupidiscono le creature.