L'anniversario
Dieci anni sena Dario Fo: “Ho visto un re della scena”
Su Dario Fo è stato detto e scritto tutto. Nato sul Lago Maggiore un secolo fa, da bambino rimase affascinato dagli scarrozzanti comici dell’arte e affabulatori che raccontavano le loro storie e le tramandavano per le valli per via orale. Erano favole su paesi sommersi, streghe, inquisizioni, strani, episodi apocrifi del Vangelo. Da queste suggestioni nacque quel vulcanico monologo, forse il più famoso e riconoscibile di Dario Fo che è e rimane “Mistero Buffo”, andato in scena per la prima volta nel 1969 il 30 maggio all’Università Statale di Milano grazie al sostegno del Movimento Studentesco. Lo spettacolo verrà riproposto nelle piazze, nelle fabbriche, nei palazzetti dello sport e in un secondo momento coincise con l’occupazione di palazzo Liberty a Milano. Nel 1977 verrà trasmesso su Rai2.
Molto del repertorio di Fo si dovrà alla famiglia della moglie, Franca Rame, storica esponente di comici erranti che lo accompagnerà e sosterrà per tutta la vita. Attraverso “Mistero Buffo” veniamo a conoscere il grammelot. È un codice capace di sovvertire l’ordine costituito e sfuggire alla censura grazie alla mimica, all’onomatopea, alle cadenze, a delle inflessioni che alludono ma non spiegano, lasciano intendere il senso di un discorso ma sono inafferrabili alle tenaglie della censura. Una fantasia verbale, carnevalesca che intreccia il teatro e la platea che racconta di volta in volta il Cristo, il Matto e la Morte, Bonifacio VIII, la nascita del villano: racconti di origine medievale con il ribaltamento del punto di vista. Lo sguardo ingenuo del popolano è affidato allo zanni, alla maschera del servo. Grande dolcezza e commozione sono riservate nello spettacolo alla figura della Madonna nel suo disperarsi sotto i piedi della croce che riprende la laude di Jacopone da Todi. Le divinità vengono tutte umanizzate dai giullari. Ci sono due tipi di buffoni però: uno è cortigiano, ruffiano, adula il signorotto e si contenta sollazzandolo di raccattare gli avanzi di cibo gettati per lui sotto il tavolo assieme all’osso gettato al cane; poi c’è quello che rischia la vita provocando il re con giochi di intelligenza.
Dario Fo sceglie le risonanze politiche, alterna nella sua satira tradizione e novità. Il giullare Fo se la prende con il potere egemone di volta in volta. Il suo diventa un teatro politico che si spiega solo con il teatro. Nel 1970 va in scena “Morte accidentale di un anarchico”, con un chiaro riferimento alla morte dell’anarchico Pinelli. Qui, per uno stratagemma tipico dei teatranti, l’azione si sposta nel tempo e nello spazio per sfuggire alla censura. Lo spettacolo di Fo darà scandalo, agitazione, polemiche, accenderà un faro su misteri e responsabilità di quel fattaccio. Questo comico-comiziante prende il Nobel per la Letteratura nel 1997, e da quel momento attraversa un momento di immedesimazione fatto di straniamento e padronanza; sente la “sirena” della politica attiva e affiancherà Beppe Grillo. Un esempio di come spesso teatro e realtà non coincidano, ed è bene tenerli separati.
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