Ho capito solo adesso (sono tardo) il motivo per cui alcuni magistrati perdono completamente le staffe quando è in discussione un qualsiasi provvedimento che riguardi “i mafiosi” e che non sia di puro e semplice accanimento afflittivo. Può essere una sentenza che assolve o un’ordinanza che scarcera, può essere una proposta di legge che osa immaginare l’attenuazione dei rigori detentivi, cioè il regime incostituzionale del cosiddetto “carcere duro”, insomma qualsiasi cosa che non sia pura e semplice giustizia piombata: puntualmente, quei magistrati insorgono denunciando che in quel modo lo Stato viene meno ai propri doveri, cede al ricatto della criminalità organizzata, rinuncia a combatterla e via di questo passo.

In realtà la ragione vera e profonda del loro disappunto rabbioso è un’altra: ed è che la loro funzione è travolta quando un “mafioso” è destinatario di trattamenti alternativi alle manette e alle sbarre. C’è solo un caso in cui il criminale può godere di attenuanti e sperare di non essere esposto alla gogna sempiterna, e cioè quando decide di affiliarsi al sistema di pentimento e collaborazione: allora va bene, perché così si celebra comunque l’immagine del giustiziere che sottomette il crimine al proprio duro comando e anzi ne riceve riconoscimento.

Altrimenti, niente. Perché quella giustizia, per esistere, ha bisogno che il mafioso delinqua o marcisca in carcere. Se ne esce, pur quando ne ha diritto, o se smette di essere torturato, l’immagine e appunto la funzione di quella giustizia è compromessa. Ma non è lo Stato di diritto a risentirne: sono loro, quei magistrati, e l’anti-Stato che essi rappresentano.