Dopo alcuni giorni dedicati quasi esclusivamente al distanziamento sociale ed alla reclusione volontaria, con il conseguente calo dei delitti, attendevo con ansia il tempo nel quale la mafia sarebbe tornata a spadroneggiare in TV e sui media. Attendevo con ansia, ma anche con la certezza che i cantori della giurisprudenza creativa e della galera a vita e per ceppi familiari non si sarebbero lasciati sfuggire l’emergenza per tornare alle loro ossessioni. Un susseguirsi di eventi ha placato la mia attesa; alcuni esempi lo confermano. Quasi contemporaneamente all’annunzio delle sovvenzioni a famiglie e aziende, erano insorti quanti paventavano ulteriori arricchimenti illeciti dei mafiosi; venne riaperta la contrapposizione tra il nord virtuoso (con l’accantonamento di mani pulite) e il sud a struttura mafiosa.
Ed un sommo magistrato con vocazioni politiche, tanto da decidere chi debba o non candidarsi alle cariche pubbliche, offrì la soluzione miracolosa: siano i PM a gestire l’assegnazione delle risorse, probabilmente per i pochi non ancora raggiunti da interdittiva antimafia; almeno al Sud.

Ancora: durante una trasmissione TV un noto conduttore aveva intanto zittito il politologo Luttwak che, rimbeccando il sommo magistrato, aveva osservato che gli investitori non vengono in Italia per timore dei magistrati, non dei mafiosi. Il povero Luttwak, catalogato tra gli esponenti del partito della mafia, aveva inteso dire, come esplicitò prima che le esigenze della pubblicità lo bloccassero, che era l’incertezza della giurisprudenza e la lentezza della giustizia a tenere lontani gli investitori. Non sapeva, Luttwak, che basta evocare certi poteri per mettere a repentaglio la libertà di parola. Cosa che non teme altro sommo magistrato che proprio in questi giorni tuona contro altri magistrati rei di avere scarcerato un moribondo, con l’assordante silenzio di altri magistrati che dovrebbero esercitare pur essi un potere; ma di controllo!

E che dire di quanti, magistrati, giornalisti, politici disinformati, tramano o fanno da tramiti irresponsabili per demolire il processo penale accusatorio; quello nel quale un giudizio terzo rispetto alle parti, in pubblica udienza dirige il contraddittorio e, attraverso di esso, tenta di avvicinarsi alla verità processuale, o di sbagliare il meno possibile. Chi vive il dramma del processo “ da remoto” nel quale l’avvocato è “ospite”, come precisa la didascalia delle postazioni riservate ai difensori dalla piattaforma scelta dal Ministero della giustizia (rectius: dal cerchio magico che sovviene il Ministro nelle sue molteplici giravolte) sa come sia inesistente ogni rapporto dialogico; e come esso sia l’anticamera di un nuovo processo inquisitorio che, complice l’emergenza, si tenta di introdurre nel sistema, sconvolgendolo.

“Tenete fuori gli avvocati dal processo” tuona il capo dei sommi magistrati: trattasi di ossessione da virus professionale; con possibilità di combatterlo solo mediante isolamento; anche se esso è reso difficile per la quantità di suffragi dei quali gode tra benpensanti, profittatori di contingenza e simili. Importante è schierarsi per la legalità; se poi essa non coincide con la giustizia (che include la norma morale prima che quella giuridica), poco importa.

Ciò che conta è far parte degli onesti, scheletri negli armadi a parte: cioè della maggioranza ciarliera e combattente; magari conseguendo profitti o usando poteri (legittimamente?) conseguiti. Importante è manifestare quale sia il fine da raggiungere senza badare ai mezzi per conseguirlo: perché solo il fine prefisso dà gloria, acquisisce consenso, genera soddisfazione. Importante è essere riconosciuti quale adepto della parte migliore del Paese; perché tutto il resto è da aborrire; tutto il resto è mafia. Senza capire che la mafia si combatte seminando legalità vera; e vissuta senza arroganza; e senza violentare una storia fatta di ribellione ad ogni prepotenza.