Ho letto il libro di Francesco Erbani, Dove ricomincia la città. L’Italia delle periferie. Reportage dai luoghi in cui si costruisce un Paese diverso (Manni, pp. 235, 15 euro), come se fosse il vestito di un sarto che indossi per la prima volta davanti allo specchio: lo vedi, è cucito benissimo, calza a pennello, allora dici a te stesso: sono proprio io? Mi spiego. Conosco e apprezzo l’autore, il quale, senza accontentarsi delle teorie, è andato davvero nei posti di cui parla (Laurentino 38, Tor Bella Monaca, Corviale a Roma, San Berillo a Catania, Scampia a Napoli, Barriera Milano a Torino, Marghera a Venezia), ha raccolto i dati, ha intervistato molte persone. Eppure alla fine, dopo tanto lavoro, non ha potuto fare a meno di ammettere che, di fronte agli scempi urbani delle nostre metropoli, palazzi precocemente decaduti, stabili occupati, piazze di spaccio a cielo aperto, è facile sentenziare, ma quando si tratta di rispondere al quesito cruciale – come e cosa avresti fatto tu? – tutto diventa più complicato.

Memorabili, a tale proposito, le pagine dedicate a Piero Barucci, ideatore, negli anni Settanta, del progetto del Laurentino 38, che torna a rivedere la sua creatura: nata come il sogno delle insulae o delle new towns e presto trasformata in “un’armatura in acciaio rivestita di ruggine”. Tu puoi anche immaginare il paradiso di Le Corbusier ai confini dell’Urbe, inventarti i grattacieli di Ludwig Mies van der Rohe dietro alla Cecchignola, ma se poi il comune non fa gli allacci elettrici, non predispone le fogne, non costruisce le strade, non hai scampo: le erbacce trionferanno, gli ascensori resteranno a terra, persino la più bella Casa Kaufmann sarà invasa dagli scarafaggi. E così Barucci, ultranovantenne, classe 1922, antico allievo di Adalberto Libera, genio razionalista, se ne torna a casa, in via Tomacelli, dietro l’Ara Pacis, triste e disilluso: l’ultimo stile italiano scomparirà per sempre insieme a lui.

Siamo di fronte a un tema scottante, pronto per essere strumentalizzato. «Brandendola come un’ascia», scrive Erbani, «la parola periferie diventa poi occasione di una sfida in campagna elettorale, si compete su chi vi si è recato per primo, su chi può vantare in esse una presenza costante, rivendicandone la rappresentanza, e su chi, viceversa, viene accusato di non sapere neanche dove siano e di restare confinato mentalmente e fisicamente nei quartieri borghesi e benestanti». A chi desideri evitare queste trappole, farà bene leggere i racconti di Erbani, i quali «non aspirano a niente che possa travisare il compito di un onesto giornalismo». Ancora oggi, per dirla con le sue parole, «il destino di una persona è in buona parte determinato dal quartiere, persino dall’isolato, in cui nasce».

Posso confermarlo a ragion veduta: alcuni miei studenti abitavano nei famigerati ponti del Laurentino e quando vedevano l’auto della polizia scappavano, anche se non avevano fatto niente: era un riflesso condizionato. Un tratto antropologico. Il segno di un’esperienza indelebile. Una volta uno studente di Corviale, al posto del tema mi consegnò il testo di un rap. Che faceva così: “Trullo, Tiburtino, Torre Spaccata, Ponte Galeria, Isola Sacra, Corviale, Portuense, Alessandrino, Centocelle, Casilina, Giardinetti, Tor Bella Monaca… Strade consumate, strade perdute, strade bucate…” Quel sedicenne era un poeta, ma nessuno glielo aveva mai detto. Adesso fa il meccanico in un capannone dalle parti di Ottavia, Roma nord. Con padre Fabrizio Valletti (e il compianto Stefano Salviucci), nel cui ricordo si chiude il bel libro di Erbani, pranzai nei casermoni del Centro Hurtado a Scampia. Furono questi due straordinari gesuiti a insegnarmi cosa dovesse essere la chiesa che, qualche anno dopo, papa Francesco volle raffigurare quale “ospedale da campo”.

Entri nell’appartamento di un camorrista e la prima cosa che vedi è l’icona della Madonna e la statuetta di padre Pio.
Certe borgate, (“deformazione spregiativa di borgo”) cambiano a vista d’occhio. Di recente sono tornato nei miei luoghi oscuri. Quanti anni dopo? Tanti, quasi una vita. Ero bambino quando giocavo a pallone a Santa Maria del Soccorso, a Roma. Un luogo mitico: il Tiburtino Terzo. A quel tempo non c’erano tutti i palazzi che ora incombono come squadroni di calcestruzzo: li avranno costruiti di notte, all’improvviso, senza chiedermi l’autorizzazione. Non c’era la stazione della metropolitana da cui vanno e vengono frotte di pendolari: una spada precocemente arrugginita nel fodero antico della capitale. Non c’erano neppure i negozi di materassi memory sul ciglio della strada, né i ristoranti cinesi, come una festa di draghi giganti e lune di cartone, né le concessionarie d’automobili, proprio accanto all’incrocio, né le sale da gioco, fantastica lebbra di vittorie soltanto annunciate.

Ricordo uno spiazzo erboso ai margini della via consolare. Un campetto spelacchiato che ho stentato a ritrovare. Caddi ferendomi al ginocchio. Tornai a casa a piedi, non so come, lungo la via trafficata. Non esisteva neppure la circonvallazione che smista il flusso delle macchine fra il cimitero del Verano e il Grande Raccordo. La periferia ti resta incisa per sempre. Ma non è un bubbone. Se gli dai acqua, diventa un fiore: questo bisognerebbe spiegare ai tanti ragazzi che ci vivono (a pag. 45 di Dove ricomincia la città, scopriamo quanti sono). Gli educatori delle associazioni presenti nel territorio cercano di farlo. Fissavo gli angoli morti dei cortili, gli intonaci logori dei garage, le scartoffie dei retrobottega. Me li stampavo bene in mente, in modo che non si staccassero più. Così è poi veramente accaduto. Il Collatino me lo sono tenuto dentro come un gioiello segreto. I ragazzini che adesso giocano in una cecità istintiva nei giardini di via dell’Erpice, ad esempio, li considero figli miei: vorrei abbattere il cancello, entrare là dentro, prenderli per mano e trascinarli via. Portarli in salvo dalla Tiburtina del sogno guasto, degli orizzonti blindati, della privazione affettiva, del mondo perso, del tempo sfregiato. Mettermeli di fronte, uno per uno, con la mia mano accarezzare quei piccoli volti smarriti. Piegarmi per stare alla loro altezza, raccontare a ognuno un’altra vita, un’altra possibilità, una nuova giovinezza.

Ma adesso la loro sorte sembra migliore rispetto al passato. C’è di peggio. Se avessi proseguito a piedi in mezzo alle piante abbarbicate sulle pareti delle costruzioni in cemento armato, sarei arrivato al Centro Minori del Venafro, due palazzine a doppio piano con le grate alle finestre: da lì vengono tanti minorenni africani e bengalesi, Alì, Bubacar, Mansour. Gli sciuscià dell’eterna adolescenza coraggiosa, i lazarilli con il sorriso universale che Francesco Erbani ha conosciuto venendo a insegnare gratis la lingua italiana insieme a noi a Casal Bertone. Ecco quelli che ci metteranno al muro, inchiodandoci alle nostre responsabilità. Nessuno potrebbe fare a meno del futuro che incarnano. Ismail, dicci come bisogna vivere. Abdul, facci capire chi siamo. Oggi la periferia del Pianeta Terra siete voi.