Il Grande Raccordo Anulare della capitale italiana, definito sacro da Gianfranco Rosi nel documentario che sette anni fa ottenne il Leone d’oro al festival cinematografico di Venezia, fa venire in mente per lunghi tratti la pista abbandonata di un aeroporto militare: nessuno di noi l’aveva mai visto così, nemmeno a Ferragosto. Le sue corsie vuote, attraversate solo da furgoni, ambulanze e da poche autovetture, sono una rappresentazione plastica della crisi sanitaria, economica, culturale e spirituale che stiamo vivendo. Forza ragazzi, andrà tutto bene, ce la faremo, viva l’Italia: queste grida di autoincoraggiamento, belle e struggenti entro la cerchia delle vecchie mura, si fanno più flebili oltre gli svincoli che conducono fuori. Da un autogrill all’altro perdono intensità ma non spariscono, restando sullo sfondo come l’eco di una battaglia in pieno corso.

Qualche giorno prima che le restrizioni governative ce lo sconsigliassero, avevo imboccato il tracciato all’altezza della Magliana: spingendo sul pedale dell’acceleratore, ebbi la sensazione di galleggiare per aria, quasi avessi perso il sostegno strutturale del flusso continuo di mezzi e persone. Sembrava impossibile che quelle stesse arterie intasate, perennemente bloccate dal traffico, al punto tale da indurre Federico Fellini a girarvi alcune scene indimenticabili e proverbiali di Roma, uno dei suoi capolavori, nei giorni astratti e drammatici del coronavirus fossero diventate improvvisamente deserte, simili a quelle di una città distrutta.

Eppure era così: dalla Pisana all’Aurelia, nel punto in cui l’Urbe imperitura mi ha sempre fatto pensare alle freeways di Los Angeles, coi cartelloni pubblicitari simili a stracciati stendardi che si susseguono uno dietro l’altro annunciando una festa commerciale già sparita, si scorreva come se niente fosse. Il nemico, cocciuto e misterioso, cominciava a riunirsi fuori e dentro di noi e questo contribuisce a rendere oggi più complicata la contesa perché non basta portare in salvo se stessi. È il paradosso maggiore: proprio nel momento in cui bisogna rintanarsi nel nostro cantuccio, comprendiamo che, se ne usciremo, dovremo farlo tutti insieme. In tale prospettiva la cancellazione degli accordi di Schengen assomiglia a una nota di Stockhausen: stonata ma necessaria. E io mi tengo stretto per questo come un gioiello trovato nel fango il patriottismo “de noantri” che, pochi giorni fa, ho visto riflesso nei tricolori di Casal Lombroso.

La mitica A90, croce e delizia dei miei concittadini, si era già trasformata in un tapis roulant impegnato a girare a vuoto intorno alla metropoli narcotizzata: qualcuno si era dimenticato di staccare la spina. Bastarono dieci minuti, metà del tempo consueto, per lasciarsi dietro le periferie scalcinate della Maglianella e di Montespaccato con la loro antica paccottiglia di vegetazione scomposta e tuffarsi dentro le gallerie delle streghe fra Boccea e Casal del Marmo, mezze accese e mezze no, da una parte lo scheletro dello stadio Olimpico, dall’altra il cimitero di Prima Porta: giganteschi burattini senza pubblico che si sfidavano nel cielo troppo azzurro per essere vero.

Pensare questa pandemia guidando sulla più importante tangenziale capitolina, interruttore elettrico del Bel Paese, significa mettere in scena il nostro smarrimento, le nostre domande senza risposta, ma anche le residue speranze e la strenua voglia di non arrendersi di fronte al male umano: fosfati, azoti e molecole che intrecciano legami ciechi elaborando strategie replicative sempre più sofisticate pur di sopravvivere e deflagrare all’interno degli organismi in cui noi prosperiamo. Le cellule vengono sabotate e progressivamente frantumate dalla marcia silenziosa e implacabile degli agenti patogeni. Ma l’uomo è più intelligente del virus, ha detto qualche scienziato, e adesso deve dimostrarlo, cucendo lo strappo presente nella natura allo stesso tempo ferina e ferita.

Mai come quest’anno la primavera, impietosa nella sua bellezza sconcertante e tentatrice, assume contorni diabolici, alla maniera del mazzo di rose pieno di spine: se lo tocchi ti fai male. E aprile, ancora una volta, si annuncia come il più crudele dei mesi. Dalla Bufalotta al Tiburtino, cosparse di fiori selvaggi cresciuti senza permesso intorno ai guard rail, è stata tutta una corsa attraverso le sagome della vecchia campagna sfigurata dove Johann Wolfgang von Goethe si fece ritrarre da Tischbein accasciato sui marmi, col cappellone a tesa larga, i ruderi ai lati e gli occhi persi nel medesimo infinito che ora assume la forma della Centrale del Latte: il deposito industriale dei principi vitali.

Amici miei, cosa resterà di noi se anche il consueto groviglio dell’Anagnina magicamente si scioglie come la pastiglia vitaminica nel bicchier d’acqua? Ci siamo travestiti da banditi col salvacollo tirato sopra il naso in mancanza della mascherina, ma la rapina l’abbiamo subìta: ci stanno rubando le relazioni umane, la cosa più preziosa e insostituibile che abbiamo. Scriviamolo con l’inchiostro rosso in modo che quando tutto sarà finito le potremo apprezzare meglio di prima.

Gli acquedotti dell’Appia Antica lo sanno ma non sono capaci di dircelo: sembrano vecchi giganti in corsa secolare verso Ciampino. Non possiamo trastullarci più nemmeno con le radio sportive, dal momento che il campionato di calcio è sospeso e i commentatori si arrampicano sugli specchi come bambini a cui hanno sottratto i giocattoli.
La Cecchignola si staglia sul crinale del Laurentino: una fiera nella sterpaglia. Per i credenti resta il Divino Amore, poco distante. Per gli altri c’è sempre lo Spallanzani, dentro la gabbia fiorita di Monteverde.

I bengalesi seduti alle pompe di benzina in via del Mare fanno pensare ad astronauti perduti dentro il cortile di casa. L’Eur, uscendo dalla Pontina, copia Saturno senza gli anelli. E il giro cieco intorno alla Grande Bellezza, tremante e ammutolita, incredibile a dirsi, può durare soltanto mezz’ora.