Elon Musk torna a incendiare la politica statunitense e lo fra tramite il suo nuovo strumento: Twitter. Dal suo feed del social network ha postato l’anticipazione di uno scoop sulla vicenda di Hunter Biden, figlio del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Una serie di tweet che hanno mandato in fibrillazione milioni di follower del miliardario proprietario del social. “Sintonizzatevi domani per l’Episodio 2 di The Twitter Files”, ha annunciato in un post Musk anticipando un continuo della storia.

Il fondatore di Tesla, SpaceX e fresco acquirente del social dei cinguetii ha spianato la strada a Matt Taibbi, giornalista freelance collaboratore della rivista Rolling Stones, che in un thread ha raccontato questa versione: tre settimane prima delle elezioni presidenziali americane del 2020, quelle che portarono alla Casa Bianca Biden al posto di Donald Trump, Twitter oscurò, in qualche modo insabbiò, lo scoop del New York Post sulle e-mail segrete di Hunter Biden, coinvolto in una storia di consulenze per Paesi stranieri e frodi fiscali.

L’operazione, secondo la versione riportata, potrebbe essere stata confezionata su richiesta del team della campagna di Biden, spingendo gli addetti ai controlli sui contenuti dei post a violare alcune regole interne. Una sorta di sistema strutturato di controllo e revisione dei tweet fatto partire su richiesta. Taibbi premette che il rapporto diretto con il team di controllo di Twitter lo avevano entrambi i partiti, e la stessa Casa Bianca, sotto Donald Trump, aveva fatto richieste per censurare alcuni post e account, e le richieste “erano state accolte e soddisfatte”.

La storia era stata pubblicata il 14 ottobre dal NYP: un membro del consiglio d’amministrazione di Burisma – l’azienda del gas ucraina che aveva assunto Hunter come consulente con uno stipendio da 50mila dollari al mese – Vadym Pozharsky, ringraziava l’allora figlio del vicepresidente per avergli fatto incontrare il padre in una visita a Washington. Joe Biden aveva sempre negato influenze di quel tipo: “Non ho mai ricevuto un penny dall’estero in vita mia”. Si parlava anche di filmati in cui Hunter fumava crack e faceva sesso con alcune donne. Lo scoop aveva prodotto uno scandalo e subito i conservatori avevano accusato i social di bloccare la notizia. Il New York Times scrisse all’epoca che però all’interno della redazione stessa del NYP c’erano parecchi dubbi sulla storia: l’autore dell’articolo preferì non firmare il pezzo, temendo per la sua credibilità.

 

A quel punto stando alla ricostruzione sarebbe comunque intervenuto il team del social per insabbiare la storia. Quello che suggerisce lo scoop è che i “revisori” avrebbero suggerito con la loro mediazione per sbilanciare il loro intervento a favore dei Democratici, considerato che la stragrande maggioranza dei dipendenti risultava formata da “donatori alla campagna democratica”. . Musk e Taibbi ritengono che il sistema allora sarebbe andato “fuori controllo” anche all’insaputa degli stessi vertici della piattaforma.

L’allora Ceo di Twitter, Jack Dorsey, in un’email interna aveva definito la “soppressione” delle notizie su Hunter Biden “più grave della stessa storia”. È questo particolare a far uscire la vecchia governance di Twitter più rafforzata e autorevole dalla vicenda. Le richieste interne riguardavano anche personaggi noti, come per esempio l’attore e sostenitore di Trump James Woods. “Celebrità o sconosciuti potevano essere rimossi o analizzati su richiesta di un partito politico”. Taibbi fa intendere tuttavia che lo stesso atteggiamento accadeva con la campagna di Trump.

Quello che fa notizia però è lo scoop su Hunter Biden. “Il 14 ottobre 2020 il New York Post pubblicò la storia delle email segrete, emerse dal computer abbandonato di Hunter Biden – scrive il giornalista – Twitter intraprese passi eccezionali per sopprimere la storia e rimuovere i link”. I tecnici della piattaforma avrebbero bloccato anche la trasmissione del link con l’articolo attraverso messaggio diretto, utilizzando una misura adottata solo in casi estremi, tipo i contenuti pedopornografici.

Un membro dello staff della campagna di Trump, Mike Hahn, scrisse una furiosa lettera a Twitter dopo che la portavoce della Casa Bianca Kaleigh McEnany non era riuscita ad “accedere al suo account per rilanciare la storia”. Hahn reclamava che “tutto ciò che aveva fatto era citare la storia e notizie riportate da altre testate e non contestate dalla campagna di Biden. Ho bisogno immediatamente di una risposta su quando e come verrà sbloccata”.

Quando Caroline Strom, responsabile della policy pubblica di Twitter, chiese al team interno che cosa fosse successo un analista aveva replicato che “l’account è stato bloccato per aver violato la policy sul materiale hackerato”. All’epoca, spiega Taibbi, nessuno sapeva con certezza che la storia delle email di Hunter Biden fosse frutto di un hackeraggio oppure, come risultato in seguito, emerso solo perché il figlio del candidato aveva dimenticato il computer in un negozio di riparazioni.

Taibbi, che definiva la storia un “racconto alla Frankenstein di un meccanismo costruito dagli umani ma sfuggito al controllo dei suoi stessi progettisti”, ha inoltre pubblicato uno screenshot di una mail rendendo pubblica la mail di Dorsey. Anche se la foto è stata cancellata poco dopo, costituisce un enorme scivolone giornalistico sulla violazione della privacy. Il giornalista in coda all’articolo aveva ribadito l’analisi interna avviata dall’ex ceo di Twitter.

 

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Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.