Ogni anno in Italia sono circa 8.000 le persone che chiedono il risarcimento per ingiusta detenzione. A 6.000 di queste persone viene risposto: “Niet“. Uso la lingua russa perché, nell’immaginario, la Russia è il paese europeo più autoritario che c’è. E dove lo Stato vessa i cittadini e calpesta i loro diritti. Qui però parlo dell’Italia. Non solo il magistrato italiano che commette l’errore e rovina la vita a una persona non risponde in nessun modo della sua mancanza di professionalità.

Anzi, spesso viene premiato. Sia in termini di carriera sia di tripudio giornalistico. Ma il poveretto finito sotto il potere estremo e incontrollato di quel magistrato, quando sarà riuscito ad avere riconosciuta la sua innocenza, non vedrà neppure una lira di risarcimento. In teoria dovrebbe ricevere una mancia di circa 235 euro per ogni giorno passato in cella, e di 115 euro per i giorni ai domiciliari. Ma di solito la magistratura gli risponde: “Non ne hai diritto“. Perché? Perché hai commesso degli errori nel difenderti e quindi hai tratto in inganno il Pm e il Gip. Non è colpa del giudice che t’ha sbattuto in gabbia, è colpa tua che non hai saputo difenderti.

Una delle cause più frequenti del rifiuto del risarcimento è l’utilizzazione del diritto a non rispondere, al momento dell’arresto. Uno dice: ma è un diritto o no? Sì, è un diritto, ma un diritto che ti può costare caro. C’è gente che si è fatta anche quattro o cinque anni di ingiusta detenzione, magari con una sentenza di primo grado sbagliata. Avrebbe diritto a circa mezzo milione di risarcimento. Gli dicono: hai sbagliato a non rispondere al giudice, quel giorno: non vedi una lira.

Tutto questo, purtroppo è legale. La legge stabilisce così. In Italia il problema non è solo quello degli abusi dei Pm e dei loro amici Gip (specialmente nella carcerazione preventiva) ma è che tutti questi abusi sono protetti, garantiti e resi impunibili da una legge che assegna all’imputato il ruolo di colpevole e al magistrato il ruolo di Dio.