Per tanti anni, prima di dedicarmi agli immigrati, ho insegnato italiano e storia a studenti che si stavano preparando a diventare meccanici o elettricisti: quasi tutti provenivano da situazioni familiari difficili, in grande maggioranza al termine della terza media avevano ricevuto il giudizio “sufficiente”, cioè il minino indispensabile per essere promossi. Il ritornello dei consigli di classe che, comunque sia, gli avevano dato la licenza era sempre lo stesso: questi mandiamoli tutti all’istituto professionale.

Eppure quando arrivavano davanti a me non sembravano così scarsi. In mezzo al dialetto e agli strafalcioni ortografici, mostravano lampi di genio. Talvolta vere e proprie illuminazione liriche. Bastava sottrarsi alla cosiddetta “finzione pedagogica” che loro, con ogni evidenza, avevano rigettato (ritualità teatrale della scuola: spiegazione-interrogazione-compito a casa) per stanarli e farli venir fuori. Il che, sin dall’inizio, mi spinse a indagare sulla natura del merito. Vecchie questioni legate al rapporto fra natura e cultura di cui nessuno sembra più volersi occupare. O meglio: lasciamo che a farlo siano gli specialisti, i quali si rinchiudono nelle accademie a discutere fra loro con linguaggio cifrato dando campo libero agli opinionisti. Il risultato è sotto ai nostri occhi: sulla scuola, a torto o ragione, intervengono tutti. Del resto, ammettiamolo, sarebbe impossibile che ciò non accadesse: stiamo parlando di una delle più grandi invenzioni umane, al pari dei codici e della famiglia, che coinvolge milioni di persone.

Io vorrei restare fermo sullo sguardo di Romoletto, al quale dedicai un libro intitolato Elogio del ripetente. Quando gli lessi Le ricordanze di Giacomo Leopardi, i suoi occhi brillarono. Fu solo un attimo perché poi si spensero subito. Tuttavia in quell’istante provai un’emozione indicibile: ebbi chiara la sensazione di aver contribuito, nel mio piccolo, allo sviluppo della sua personalità. Passò un mucchio di tempo, lui diventò un autista dell’Atac. Una volta mi riconobbe in pieno centro, a Roma, e l’entusiasmo gli fece compiere un gesto arrischiato: fermò l’autobus, tirò il freno a mano, scese dalla cabina di guida apposta per abbracciarmi. I passeggeri ci osservarono attoniti e incuriositi. In quel momento compresi che, forse senza essercene resi conto, in classe ci eravamo scambiati un po’ del nostro stesso sangue. Adesso dovrei raccontare perché, ma sarebbe troppo lungo. Storie di padri da conquistare, destini da scegliere, responsabilità assunte e disattese. Mi basta dire che se la scuola non è questo – e vi assicuro che, più spesso di quanto crediamo, lo diventa – non è niente.

Si riduce a un semplice curriculum: introdotto sei anni fa dalla Legge 107, disciplinato un paio di stagioni dopo dal decreto legge 62, è il documento rappresentativo dell’intero profilo dello studente che, a partire da quest’anno, ecco la vera novità, dovrà essere allegato al Diploma conseguito al termine dell’esame di Stato. Si compone di tre parti: le informazioni relative al percorso scolastico (voti, materie e anche tirocini formativi), le certificazioni ottenute (lingue e informatica), le attività extrascolastiche (corsi di musica, arte, sport). È chiaro che se noi lo considerassimo uno specchio fedele del giovane scolaro, saremmo fuori strada. Non avremmo compreso la differenza che passa fra i protocolli e la vita.

Chiunque abbia fatto un po’ d’esperienza in aula, e ci abbia anche ragionato sopra, sa bene che, per quanto paradossale possa sembrare, una risposta esatta non sempre corrisponde a una preparazione adeguata: ad esempio, se il giorno dopo lo studente che l’ha fornita non se la ricorda più? Gli sarà servita a superare il test, ritirare il certificato richiesto: stop. Viceversa: un’affermazione sbagliata da parte del ragazzo noi docenti non dovremmo mai gettarla nel cestino, non foss’altro perché ci può rivelare qualcosa di lui che la risposta giusta ha tenuto nascosto: forse l’elemento più importante, il nocciolo interno, quello che andavamo cercando per scoprire chi fosse l’adolescente disattento e annoiato davanti al quale non sapevamo più cosa fare.

Ma perché non parliamo di questo? La didattica a distanza a cui siamo stati costretti dalla pandemia dovrebbe aver fatto capire a tutti quanto sia arduo certificare la “qualità scolastica”. Dovremmo sapere da quale posizione parte lo studente, in modo da poter premiare il suo eventuale movimento, prima ancora del traguardo raggiunto o mancato. Più facile a dirsi che a farsi: di certo non basterà registrare nelle sue note caratteristiche il famigerato “bilancio delle competenze”. Quello potrà essere soltanto uno specchietto per le allodole. Anche le aziende lo sanno: infatti quando assumono i neodiplomati, prima di farli entrare in azione, si affrettano a organizzare i corsi di formazione. E poi: ammesso e non concesso che riuscissimo a trovare un compromesso utile fra sostanza e forma – ciò che realmente impariamo a scuola rispetto a quello che mostriamo di sapere – cosa ne faremo di chi finisce nella retrovia polverosa? Non è esattamente lì che dovremmo intervenire?