L’inchiesta del New York Times sostiene che il governo israeliano avrebbe trasformato l’Eurovision Song Contest in uno strumento di soft power, spendendo oltre un milione di dollari in campagne promozionali, coordinando messaggi multilingue e mobilitando l’apparato diplomatico per evitare l’esclusione dalla competizione. La tesi è grave, l’impianto narrativo suggestivo, quasi credibile. Il problema è che, a un esame più attento, l’inchiesta presenta lacune metodologiche e distorsioni interpretative che ne compromettono seriamente la credibilità.

Partiamo dalla base empirica. L’intera investigazione del NYT si fonda su poco più di cinquanta interviste. Si tratta di un campione del tutto insufficiente per sostenere conclusioni di portata sistemica su una competizione del genere. Il NYT non fornisce una lista delle fonti, non ne indica le affiliazioni, quante siano attiviste pro-boicottaggio, quante abbiano un interesse diretto nella vicenda. Il giornale riconosce esplicitamente che non esiste alcuna evidenza di tattiche illecite per manipolare il voto. Riconosce, inoltre, che lo stesso direttore esecutivo dell’EBU, Martin Green, dopo un’indagine interna, ha stabilito che i risultati del 2025 non sono stati compromessi.

Se è lecito chiedersi chi finanzia le campagne israeliane di promozione, è altrettanto legittimo chiedersi chi finanzia, coordina e amplifica le campagne per l’esclusione di Israele dalla competizione. Il movimento per il boicottaggio dell’Eurovision non è spontaneo: è strutturato, transnazionale, dotato di risorse mediatiche e politiche considerevoli. In un’analisi che si pretende equilibrata, questa omissione è metodologicamente inaccettabile. L’inchiesta del NYT è stata pubblicata il giorno prima dell’apertura dell’Eurovision 2026 a Vienna. Non è una coincidenza giornalistica: è una scelta editoriale precisa, che massimizza l’impatto sul dibattito pubblico nel momento in cui la competizione torna alla ribalta. Un’inchiesta pubblicata strategicamente alla vigilia di un evento mediatico globale non è un atto di giornalismo investigativo disinteressato: è partecipazione al dibattito politico con gli strumenti del giornalismo.

Di questa inchiesta rimane ben poco. Rimane che Israele ha promosso i propri artisti – proprio come fanno tutti. Rimane che ha speso risorse in comunicazione – proprio come fanno tutti. Rimane che ha cercato di mantenere la propria presenza in una competizione da cui veniva pressato per uscire, reagendo, non agendo per primo. Rimane che nessuna regola è stata violata in modo sostanziale. Quello che resta, soprattutto, è una domanda che il NYT sembra non volersi porre: perché questo standard di scrutinio viene applicato esclusivamente a Israele? La risposta a quella domanda è più rivelatrice dell’inchiesta stessa.

Gianluca Pontecorvo

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