Il blackout delle app più usate al mondo della galassia di Mark Zuckerberg è durato circa 7 ore ed è stato il più lungo della storia. Nell’era delle tecnologie e del lavoro da remoto c’è voluto che un plotone di tecnici del colosso entrassero nel data center di Santa Clara per resettare manualmente e rimettere in moto la rete di Facebook e di tutte le sue piattaforme Whatsapp, Instagram, Messenger, Oculus, il servizio di email del gruppo e tanti altri servizi digitali. Come dice la regola numero uno della tecnologia: se qualcosa non funziona prova a spegnere e riaccendere. E così è stato.

Ma oltre al nervosismo degli utenti che non potevano accedere alle app cosa è successo in tutto il mondo in quelle 7 ore di buio pesto? Le ripercussioni non sono state solo sui nervi ma anche a livello economico e politico in tutto il mondo. Secondo il Corriere della Sera le imprese abituate, dall’India al Brasile, a ricevere gli ordinativi e a fare le consegne comunicando attraverso Facebook si sono improvvisamente bloccate. L’agenzia Bloomberg stima che la perdita economica a livello mondiale sia stata di 160 milioni di dollari per ogni ora di interruzione della connessione digitale.

Nell’era delle connessioni ovunque, le conseguenze sono state le più disparate. Molti utenti dotati di apparecchi intelligenti attivati attraverso connessioni Facebook si sono trovati all’improvviso a non poter aprire la porta di casa, accendere la tv, attivare un termostato, entrare in un sito di shopping online. Ed è quello che è successo anche ai tecnici di Facebook che non potevano entrare in azienda perché il blackout ha colpito anche i meccanismi di sicurezza interna, compreso il riconoscimento dei badge dei dipendenti.

Cosa ha causato tutto questo? All’inizio si è pensato che si fosse trattato di un sabotaggio. Fari puntati sulle rivelazioni fatte da un ex dipendente, la computer scientist Frances Haugen, che ha denunciato in una seguitissima trasmissione televisiva della CBS una serie di scelte riprovevoli della società. Ma forse non è andata così. In ogni caso stamattina l’accusatrice di Facebook verrà ascoltata dal Congresso di Washington che l’ha convocata per un hearing.

Secondo la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera l’ipotesi di un attacco hacker, però, è stata accantonata quasi subito: i tecnici hanno spiegato che incursioni di questo tipo prendono di mira punti specifici del sistema, non la sua intera architettura mentre, col sito di Facebook paralizzato, due tecnici della sicurezza si sono scambiati messaggi su Reddit (poi prontamente cancellati, cosa che attribuisce loro un valore ancora maggiore) nei quali parlano di un problema di rete causato da un errore nella configurazione di una componente essenziale del sistema, il BGP (Border Gateway Protocol).

Dunque potrebbe essersi trattato di un banale incidente, figlio di problemi logistici e organizzativi, che però ha provocato catastrofiche conseguenze. Il timore di sabotaggi ormai spinge tutte le aziende tecnologiche a darsi procedure di sistema segrete, affidate a pochissime persone molto fidate e preparate. E poi il Covid che ha portato quasi tutti i tecnici a lavorare in remoto da casa. Quando è stato chiaro che il problema andava risolto alla vecchia maniera, manualmente, chi era in grado di farlo era fisicamente lontano mentre chi era già in azienda non aveva le competenze necessarie. Anche per questo ci sono volute quasi 7 ore prima di poter ricominciare ad attivare, in modo molto graduale, le piattaforme del gruppo.

Nel 2019 c’era stato un precedente clamoroso. Facebook non ha funzionato per 24 ore per un errore di configurazione dei server. Allora era stata colpita solo una parte del sistema. Stavolta invece l’impero dei social è crollato. Una crisi che ha provocato una flessione del titolo Facebook in Borsa facendo in poche ore perdere a Zuckerberg 6 miliardi di dollari.

Avatar photo

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. È autrice anche di documentari tra cui “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.