“È la toga, bellezza! La toga! E tu non ci puoi far niente! Niente!” L’ultima minaccia di Palamara-Bogart più che un potente moto dell’animo, pare veleno distillato goccia a goccia, ma ugualmente liberatorio. Così, nella storia italiana di toghe, intrighi e merletti, è il veleno a farla da padrone, giorno dopo giorno. Due toghe sono state stracciate quasi in simultanea, e hanno segnato un’ apparente sospensione del loro potere politico, quella di Luca Palamara prima e pochi giorni dopo quella di Piercamillo Davigo, che ha interpretato prima il ruolo del carnefice e poi quello della vittima.

Non saranno seppellite dal silenzio, le due toghe stracciate, questo è sicuro. Perché la scimmia della politica (che loro chiamano toga, ma fa lo stesso), quando ce l’hai sulla spalla, non ti molla più. E i due paiono i fantasmi che da diversi palcoscenici arrivano di notte a tirare i piedi, beffardi e sarcastici, ai loro ex laudatores trasformati in giuda. L’uscita di scena (provvisoria, di sicuro) di Piercamillo Davigo è entrata come il coltello nel burro nel magico mondo delle manette, con il tradimento di Nino Di Matteo, l’allievo insolente, che ha reso verde di bile prima Marco Travaglio e poi il suo piccolo emulo Gaetano Pedullà.

Con i drink forcaioli della domenica sera di Giletti rovinati forse per sempre. Ma Luca Palamara-Humphrey Bogart è forse quello che si diverte di più. Non gli basta aver gridato “il re è nudo”, e aver ormai sbriciolato qualunque fiducia i cittadini potessero ancora avere nei confronti della magistratura e della giustizia, mai così bassa dai tempi di Enzo Tortora e del referendum che ne seguì. Adesso sta letteralmente levando la pelle, uno a uno a tutti i suoi ex, amici e nemici. E, ne siamo certi, non è ancora finita.

Il suo cellulare è un vero pozzo di san Patrizio. Basta infilarci la mano e tirar fuori il bottino. Quel diavolo di Paolo Comi con le sue rivelazioni ha reso il Riformista la lettura più avida nelle aule di giustizia e nelle sedi del sindacato delle toghe. Qualche nome è già stato fatto, altri ne verranno. Una cosa appare certa: anche i magistrati più capaci e più stimati non sono arrivati al loro posto ai vertici della magistratura per meriti ma per raccomandazioni. Da ora in avanti, un po’ come (si parva licet) fossimo a prima e dopo cristo, nessuno crederà più al fatto che l’ermellino sia una conquista realizzata con lo studio e il sudore.

Quando dal pozzo del dottor Palamara (che pare più nutrito del famoso armadio pieno di scheletri di cui si favoleggiava disponesse Giulio Andreotti) escono le suppliche, gli intrighi e i ricatti, e frasi che farebbero arrossire per rudezza il mondo della politica, quel che viene da pensare è il voto di scambio, quello che il codice punisce severamente assimilandolo all’associazione mafiosa. La radiografia è impietosa, e le disgrazie che hanno investito la persona prima ancora della toga del dottor Palamara in seguito alla famosa partouze politica tenuta di notte in un albergo per decidere sul procuratore capo di Roma, dicono molto di più della famosa nudità del re. Raccontano per esempio l’uso del tempo. Quanti minuti e ore e giornate ha trascorso quel tal sostituto procuratore per essere eletto al Csm? E quanti colleghi ha ricattato nel corso della sua campagna elettorale, magari con un uso accorto e sapiente del proprio ruolo nel consiglio giudiziario?

E poi, una volta raggiunto il suo scopo, quanti altri colleghi ha dovuto sostenere in sfibranti campagne elettorali per poter poi diventare capo di qualche cosa e in qualche luogo? Da qualche anno è stato introdotto nel codice penale un nuovo reato che si chiama “traffico di influenze”. Sono le vecchie raccomandazioni, di cui gli uomini politici della prima repubblica non si sono mai vergognati, anche se le chiamavano segnalazioni.

Ora ci sono chat e mail e sms e whatsapp e telegram e molto altro. E c’è anche il reato. Ma le toghe hanno l’immunità. Perché, proprio dopo la lettura delle chat di Palamara con il dottor Celentano, il chiacchierone che stressava il suo amico a cena e durante le sedute del Csm e poi ha preso il posto di Davigo, è intervenuto a dare la benedizione niente di meno che il procuratore generale della Cassazione. Giovanni Salvi ha detto che la segnalazione, cioè la raccomandazione ( o l’auto-raccomandazione), insomma il traffico di influenze non è peccato. Non sappiamo se sia ancora reato.

Un altro cambiamento, questa volta culturale, si sta sedimentando nella mentalità e nel linguaggio delle toghe. Questa volta saccheggio un articolo di qualche giorno fa di Luca Fazzo sul Giornale, il quale a sua volta aveva pescato nel glossario dei messaggi inviati dai suoi colleghi a Palamara il 29 maggio 2019, quando era diventata pubblica la notizia delle indagini che lo coinvolgevano presso la procura di Perugia. Ho estratto solo alcuni termini e li metto in fila: inchiesta a orologeria, spazzatura, macchina del fango, carognata, invidia, stagione dei veleni, tempistica. Vi ricorda niente, cari signori delle toghe?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.