«Era una personalità del mondo comunista insieme molto rappresentativa della sua storia e contemporaneamente portatrice di una tensione eretica. Si sentiva – ci racconta Fausto Bertinotti – integralmente parte di una storia collettiva e in particolare della storia comunista. Ma non c’è traccia in lei di un passaggio dalla critica alla estraneità. Non ha mai detto: io non c’entro. Non sono parte di queste cose. Contemporaneamente, con la stessa legittimità, è stata portatrice di una tensione critico-eretica nei confronti di questo movimento».

È stata protagonista di una rottura con l’organicità dogmatica del partito, che allora era una chiesa.
Una eresia senza scisma, in questo vicina a un compagno di strada cui è stata legatissima, cioè Pietro Ingrao. Lei è stata radiata, lui al bivio della Bolognina è uscito dal partito. Tutti e due hanno votato Rifondazione Comunista. Sì, ma… c’è un “ma” importantissimo: tutti e due hanno sempre pensato che si potesse subire una separazione, non produrre uno scisma. Ti senti parte integrante di questa storia, sei indotto a viverla e a sorvegliarla criticamente, ma il cammino della storia è quello che percorri insieme a questa comunità di donne e di uomini in marcia verso il socialismo. Quando fondò la rivista il manifesto lei era convinta di far vivere un dibattito di idee all’interno del Pci. Il momento della sua radiazione fu estremamente doloroso per lei. Hanno subito l’esclusione, non l’hanno cercata e non l’hanno voluta. Hanno sperato disperatamente fino in fondo che Berlinguer si fermasse anche per la stima che nutriva nei suoi confronti. Ma la sua non era e non fu una scissione.

Rossanda aveva conservato una visione del partito organico?
Se lei avesse dovuto indicare un maestro, uno solo, credo avrebbe detto Palmiro Togliatti. Loro sono stati dalla storia costretti alla rottura non solo organizzativa ma politico-culturale. L’incipit è dettato dal titolo dell’editoriale del manifesto firmato da Luigi Pintor, Praga è sola. Nel momento in cui Praga è una innovazione del tono della rivoluzione, il fatto che i partiti comunisti abbiano lasciato solo questo tentativo rivoluzionario, strangolato dai carri armati sovietici, porta alla rottura. Ma non fu l’unico motivo per rompere. Fu l’episodio finale, e certamente il più grave, di tutti quegli elementi critici che si erano venuti accumulando verso il Pci: l’incapacità di intendere il nuovo conflitto operaio e il non aver capito l’affacciarsi dei movimenti studenteschi del 1968 precipitano di fronte a una cosa che fa pensare al tradimento delle ragioni stesse dell’essere comunisti. Il rinnovamento della rivoluzione comunista è stato strangolato in culla.

Che cosa chiedeva, chi difendeva Praga dai sovietici?
A Praga era in atto un tentativo drammatico e difficilissimo di reinvenzione della prospettiva comunista. La critica al partito comunista di averli lasciati soli diventa un insopprimibile atto di ribellione che viene accolto dal Pci ma non porta alla rottura organizzativa. L’eresia, dicevamo: non lo scisma. Ecco perché dico che fu una tragedia da parte del partito comunista quella di non capire il valore della sfida del gruppo del manifesto. Io credo che se il Pci avesse accettato l’apertura della dialettica interna proposta dal manifesto, tutto il seguito della nostra storia sarebbe stato diverso.

Rossanda si rifaceva spesso a Togliatti, bene. Ma anche lui l’avrebbe radiata.
Direi di sì. Troppe volte Togliatti aveva scelto le ragioni del primato del partito su tutto il resto. Si trattava di sconfessare un sistema complesso che nasceva a Mosca e che aveva avuto la più forte influenza sul Pci.

Eppure Berlinguer le distanze da Mosca le prese, nel tempo.
Sì, ma qui eravamo nel 1969. E non si trattava di abbracciare l’ombrello della Nato ma di scongiurare che le attenzioni di Mosca si focalizzassero troppo sul comitato centrale del Pci. Se il Partito comunista italiano si fose schierato con Praga, cioè con una visione rinnovata, nazionale del comunismo, qualcosa sarebbe potuto accadere anche da noi. Facile ipotizzare che per Berlinguer quella della radiazione non fu una scelta facile, e che anzi fu drammatica per un profilo unitario come il suo. La radiazione era un allontanamento motivato, l’espulsione un disconoscimento assoluto, una cacciata violenta. E una delle ragioni che portarono alla radiazione, dicevo, è stata l’idea che l’Unione Sovietica avrebbe approfittato del riconoscimento della dialettica interna verso il gruppo del manifesto per introdurre nel Partito Comunista la sua longa manus: se permettete a loro una articolazione, allora la dovete permettere anche ai più filo sovietici.

Via gli ingraiani, ma Ingrao non viene espulso. Che posizione tiene?
Credo condividesse tanta parte del manifesto, ma non condivideva il modo di condurre la battaglia politica interna. E alla fine votò a favore dell’espulsione del gruppo. Pietro Ingrao dopo l’XI congresso, che segnò la sua emarginazione, non ha più pensato di poter riaprire una dialettica interna. Non se la sentiva più di condurre battaglie. Poi, anni dopo, si pentì. Si riavvicinò a Rossana e insieme scrissero anche un libro, a metà anni Novanta. Rossana, che pure apparteneva a quella cultura, è protagonista della ricerca del manifesto. Ti possono cacciare oppure processare, o perfino fucilare come è successo ai leader nel periodo di Stalin. Puoi temperare le modalità di espressione della battaglia interna al partito, ma non puoi mai rinunciare alla ricerca. Perché come diceva Gramsci «la verità è rivoluzionaria».
La sua fedeltà era verso le ragioni del comunismo, non al partito. E questo le consente di coniugare questa fedeltà, trasformata con la libertà del pensiero, dell’azione e della ricerca.

E lei, Bertinotti, dov’era, in quel momento?
Fuori dal Pci, nel Psiup. Altro partito che morì – pensa che beffa! – proprio su Praga. Assunsero una linea che era il monumento all’ipocrisia. «L’intervento in Cecoslovacchia non risolve ma aggrava i problemi del socialismo» si limitarono a dire. La sinistra movimentista del Psiup, guidata da Vittorio Foa, militò sulle stesse ragioni del manifesto e anche quel partito morì su quei temi.

Poi nasce Rifondazione e Rossanda ritrova la passione, pur rimanendo fuori dalla porta.
Rossana fu una delle pochissime che non ci ha mai fatto mancare il suo sostegno. E quando togliemmo l’appoggio al governo Prodi, fu l’unica a difendere a spada tratta quella nostra scelta. Voto, sì. Sostegno, sì. Anche con un articolo. Ma non appartenenza. Perché l’appartenenza per chi era stato dirigente del Pci può essere data solo a un nuovo soggetto del cambiamento, all’altezza del partito precedente.

«Chi viene alla politica dall’antifascismo, non può cedere mai al populismo» scriveva nella sua biografia.
E questo modo di pensare non era permesso alla generazione di dirigenti comunisti della generazione post-togliattiana. Non erano vicini al populismo. Semmai potevano essere inclini all’aristocraticismo. Almeno come aristocrazia culturale.

Rossanda diceva di non riuscire a capire l’alleanza Pd-Cinque Stelle.
Sono due negatività che si accoppiano, dove per negatività indico “l’assenza di”. Si sommano con la sola attrattività della calamita del governo. Non è una operazione che ha a che fare con la tradizionale cultura delle alleanze. Nelle ultime telefonate parlava soprattutto dell’inesistenza di un soggetto della sinistra capace di competere contro i partiti che stiamo citando.

Quale può essere il suo lascito?
Userei ancora per lei la formula attribuita a Claudio Napoleoni: “Cercate ancora”. Non arrendersi. Cercare le vie della trasformazione della società. Un nuovo comunismo? Si può chiamare in molti modi, ma il lascito è: il nostro avversario è questo capitalismo, produttore di diseguaglianze, produttore di alienazione. Questo sistema va rovesciato, cambiato dal fondo. Lei ci ha provato, e ha dimostrato che si può perfino perdere a testa alta.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.