Che tempismo: mentre gli italiani pagano tasse e acconti, dal Ministero dell’Economia fanno filtrare la volontà di alleggerire il prelievo fiscale, rinviare le cartelle, insomma, essere più vicini ai cittadini in questi tempi di grave crisi. Ogni anno è la stessa storia: i pagatori di tasse si dissanguano, e chi governa promette che dall’anno dopo andrà meglio per tutti, famiglie e imprese. La realtà, però, rimane un’altra. La pressione fiscale in Italia è troppo alta. I prestiti con garanzia statale varati per l’emergenza Covid rischiano di servire più che altro a garantire lo Stato, che le sue tasse le vuole pagate sempre e comunque.

I bonus promessi, magari per acquistare le bici che serviranno ad andare dalla Calabria alla Sicilia sulla pista ciclabile allo studio del Ministero dei Trasporti, arriveranno solo alla metà dei fortunati che riusciranno ad accaparrarsi i voucher durante un eventuale click day. E comunque, anche se abbiamo un fisco efficientissimo quando si tratta di frugare in ogni piega del nostro portafoglio o del nostro conto bancario, l’efficienza sparisce di fronte alla possibilità di detrarci in automatico, magari nella dichiarazione precompilata, ciò che abbiamo acquistato facendo leva su un incentivo fiscale. Vale per i bonus bicicletta come per i bonus vacanze.

Per ottenere davvero gli aiuti stanziati dal governo bisogna essere avvezzi alla burocrazia, anche a quella tecnologica, e avere molto tempo ed energia a disposizione per affrontare il complesso percorso richiesto per arrivare alla meta. Sfavoriti coloro i quali hanno a malapena il tempo per comprarsela, la bici. Le risorse, visto che bonus e mancette varie vengono distribuiti a pioggia, non bastano mai a coprire il cento per cento delle domande, ma guarda caso sono sempre strutturate in modo da favorire la domanda di chi sa meglio muoversi nei meandri della pubblica amministrazione.

Se la progressività e la lotta all’evasione sono il mantra di chi non fa nulla per cambiare un sistema fiscale iniquo ed inefficiente, va rilevato che nessuno fa e dice niente in difesa di quella maggioranza di contribuenti che hanno la colpa di dichiarare (e pagare le tasse) su redditi superiori ai 35.000 euro. Come osservato dal presidente di Itinerari Previdenziali, Alberto Brambilla, in un articolo pubblicato sul Corriere qualche giorno fa, in Italia si registra un paradosso. «Pare che l’Italia – scrive Brambilla – abbia messo in campo la più grande macchina da guerra per incentivare evasione ed elusione; più dichiari, meno servizi avrai e più ti tasso, mentre meno dichiari e più avrai soldi e servizi. Il tutto in un Paese inefficiente che non ha neppure una banca dati per sapere a chi vengono dati questi benefici». Ha ragione da vendere, Brambilla. Oltre al danno di un sistema ingiusto, la beffa della scarsità di controlli e verifiche e dunque il protrarsi di inaccettabili sperequazioni.

La verità, però, o almeno così la penso io, è che un fisco così stratificato non solo è iniquo, ma spegne tutti i consumi che non siano incentivati dallo Stato. Invece, un sistema fiscale in salute dovrebbe favorire i consumi senza alcun tipo di discriminazione merceologica (tranne rare eccezioni) e non dovrebbe certamente penalizzare chi versa allo Stato più soldi. Un fisco equo non si misura su ciò che lo Stato dà ai cittadini, ma su ciò che ai cittadini toglie per favorire l’interesse collettivo. E un sistema come il nostro, in cui si preferiscono incentivi e bonus ai tagli alle tasse e al costo del lavoro, è un sistema che crea stratificazioni e complicazioni ingiuste e che finisce con il non saper incoraggiare né chi è rimasto indietro, né chi vuole disperatamente andare avanti.

Nel 2020, secondo Fitch, il prodotto interno lordo italiano scenderà del 10 per cento nonostante tutte le misure di contenimento della crisi messe in atto fin qui. È una specie di capolinea del mondo come lo abbiamo conosciuto. Lasciamo perdere le cause e le eventuali colpe e proviamo a vedere se, giunti al capolinea, non ci convenga affrontare la sfida delle sfide: trasformare il nostro fisco da disordinato e vessatorio a semplificato e non discriminatorio. Se gli altri Stati ci sono riusciti non capisco che cosa ci manchi per riuscirci anche noi. Forse solo la volontà.