Attilio Fontana esce di scena nella sua veste di indagato che gli ha tenuto compagnia nei due anni più cupi per l’Italia e il mondo, e la Regione Lombardia più di tutti, azzannata com’era dal virus che ha creato tanti lutti. Proscioglimento perché il fatto non sussiste, per il famoso “scandalo camici”, vuol proprio dire che la Procura di Milano, che sta inanellando disfatte una in fila all’altra, non avrebbe mai dovuto far sapere di aver “acceso un faro” sul Presidente della Regione più importante d’Italia quel 9 luglio del 2020, fidandosi dell’inattendibilità di un servizio-gogna della trasmissione Report.

E non avrebbe dovuto in seguito sottoporre Attilio Fontana a indagini, accusandolo di frode nei confronti della Regione da lui amministrata, quando la società Dama del cognato Luca Dini (e in piccola parte della sorella Roberta) aveva convertito un contratto di vendita in donazione di 50.000 camici. E ancor meno avrebbe dovuto poi insistere, quel settore della Procura che va sotto il nome di reati contro la Pubblica Amministrazione ed è diretto da Maurizio Romanelli, indagando Fontana e tutta la sua famiglia, quella esistente e quella defunta, per aggiotaggio su un conto svizzero. Seconda inchiesta distrutta non tanto dall’opposizione di un vincolo di riservatezza da parte degli organi bancari svizzeri, ma da una gip, Natalia Imarisio, che ha archiviato in seguito alla presentazione di un’ineccepibile documentazione da parte dei difensori di Fontana Jacopo Pensa e Federico Papa. Ma hanno insistito ancora, il procuratore Romanelli e gli aggiunti Paolo Filippini e Carlo Scalas, fino a trascinare Fontana davanti a un giudice, chiedendogli di mandarlo a processo.

Ma hanno trovato una gup “normale”, non certo vicina all’ambiente politico che amministra la Regione Lombardia (Chiara Valori è di “Area”), che però li ha bacchettati: il fatto non esiste, che cosa siete venuti a fare, qui davanti a me? Bocciati, cari procuratori. E meno male che non c’è ancora il “fascicolo delle performance”! Certo, il procuratore aggiunto era in corsa per occupare il ruolo di Francesco Greco, ma questo non è rilevante. Quel che invece rileva è la singolare interpretazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale che ha ispirato negli ultimi decenni la Procura di Milano. L’elenco di processi che non avrebbero neppure dovuto cominciare è lungo. Nel settore politico si va da quello intentato contro un altro Governatore, Roberto Maroni, fino a quello nei confronti degli ex assessori lombardi Mario Mantovani e Massimo Garavaglia. Tutti assolti, ma quando? Dopo anni trascorsi al ritmo della tarantella onestà-onestà. E di un bombardamento mediatico reso nevrastenico da una situazione difficile anche dal punto di vista economico quale è stata quella degli ultimi due anni. Anche per questo spiccano le cantonate della procura milanese pure nelle grandi inchieste nel settore imprenditoriale e finanziario.

Vogliamo ricordare il non luogo a procedere (il fatto non sussiste) per l’aggiotaggio Saipem, piuttosto che i due grandi processi per una presunta (e inesistente) corruzione internazionale, Eni-Algeria e Eni-Nigeria? Le conseguenze di tutti questi “eccessi di attenzione” le ritroviamo a Brescia, dove si incrociano le sorti giudiziarie di alcuni pm milanesi. Chissà se il nuovo procuratore capo di Milano, Marcello Viola, sarà consultato dal suo aggiunto (e sconfitto nella corsa al posto di numero uno) Maurizio Romanelli per la decisione sull’eventuale ricorso in appello contro il “non luogo a procedere” della gup Chiara Valori nei confronti di Attilio Fontana. Sono passati i tempi delle ribellioni scarmigliate dei sostituti contro gli aggiunti e di questi ultimi verso il vertice dell’ufficio. Ma è chiaro che in questo caso la strada di un ricorso appare impervia. È molto raro il proscioglimento per situazioni come questa.

I processi nei confronti dei politici o delle grandi imprese in genere devono arrivare almeno al secondo grado di giudizio perché in un clima più sereno e sottratto ai facili scandalismi mediatici, gli imputati si trovino davanti a un giudice terzo. E la memoria di quel che è successo, passo dopo passo, in questi due anni, non gioca a favore di un ulteriore accanimento giudiziario. E neanche giornalistico, per lo meno così dovrebbe essere. Se escludiamo la cocciutaggine del povero Marco Travaglio che oggi, se amassimo i giochetti di parole a lui cari, dovremmo chiamare “Sdirettore”, proprio come fa lui quando insiste a definire Fontana “Sgovernatore”. Povero Marcolino, è veramente disperato. È stato abbandonato da un personaggio di rilievo come Furio Colombo. E poi la gup Chiara Valori gli ha proprio rovinato la vita, mesi e mesi di montaggi fitografici, vignette, insulti e sberleffi finiti in fumo. Oltre a tutto pare che a casa sua e anche in redazione siano proprio finiti gli specchi su cui arrampicarsi per giustificare in qualche modo un agguato che ricorda da vicino per la violenza sadica quelli contro il “cinghialone” e il “cavaliere nero”.

Avrebbe potuto astenersi, il giorno dopo una vera Waterloo di tutto il can-can mediatico giudiziario, come fa da tempo il suo collega Gad Lerner, che diffamò un intero istituto, il Pio Albergo Trivulzio, la residenza per anziani più prestigiosa d’Europa, accusata di essere diventata un lazzaretto in cui i vecchi venivano lasciati morire. Un’altra inchiesta su cui la stessa procura ha chiesto l’archiviazione. Ma Marcolino non è uno che si arrende, per quanto disperato. Preferisce mentire e inventare. Domenica ha però superato se stesso. Vale la pena citarlo con le dovute virgolette, perché pronuncia parole che mettono di buon umore più di una barzelletta di quelle indovinate. Ecco, dunque come bastona qualche testata, le solite, Giornale, Libero, Riformista (che lui chiama Riformatorio, pensando di offendere): “E giù botte a Report e al Fatto che avevano svelato lo scandalo, senza mai dire che i fatti –confermati, anzi aggravati dalle indagini, fossero un reato”.

Dunque, se abbiamo capito, mentre la procura di Milano inventava il reato di “frode in donazione” , il Fatto faceva una battaglia per sostenere che non eravamo di fronte a reati ma solo a una sorta di malcostume? Quante pagine sprecate, Marcolino. Beh, si metta d’accordo almeno con i suoi amici del Movimento cinque stelle della Lombardia, i quali, dopo aver perso anche la battaglia politica della mozione di sfiducia nei confronti del Governatore, hanno sentenziato, per bocca del loro capogruppo Nicola Di Marco, che “la vera sentenza la scriveranno i lombardi”. Eh sì, tra un anno la Lombardia andrà al voto. E decideranno le urne, non i procuratori. L’aria è cambiata.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.