Attilio Fontana oggi davanti a un giudice. Finalmente, vien da dire, visto il clima in cui vive la procura di Milano che ha inanellato una serie di fallimenti, dal processo Eni fino alle clamorose assoluzioni del ministro Garavaglia e del senatore Mantovani. La gup è Chiara Valori e dovrà decidere se mandare a processo il Presidente della Regione Lombardia e altre quattro persone per “frode in pubblica fornitura”. La famosa vicenda dei camici e altri presidi sanitari donati dalla società “Dama” di Andrea Dini alla Regione Lombardia nel pieno dell’emergenza-covid. “Frode in donazione”, l’ha definita ironicamente il suo difensore Jacopo Pensa.

Se fossimo in luoghi e modalità di amministrazione della giustizia normali, nessuna procura si sarebbe permessa di disturbare un giudice per un reato che, qualora esistesse, si chiamerebbe appunto “frode in donazione” e con motivazioni che, qualora gli atti della pubblica accusa fossero scritti in lingua italiana, dovrebbero non solo portare all’archiviazione dell’inchiesta, ma anche a un pubblico ringraziamento per tanta generosità. Soprattutto in un momento come quello dei primi mesi del 2020 in cui mascherine e camici erano veramente introvabili e gli uomini scelti dal governo Conte si stavano già dimostrando poco efficienti, inviando alle Regioni materiale scarso e scadente. La storia che vede oggi l’avvocato Attilio Fontana, persona da tutti riconosciuta come irreprensibile e onesta, davanti a un giudice, è un intreccio di generosità un po’ ingenua (la sua) e di accanimento mediatico-giudiziario e anche politico dei tanti che pensavano di cogliere l’occasione, nei giorni del picco più alto della pandemia, per dare una spallata alla Regione più grande e più ricca, amministrata dal centrodestra. Basterebbe ricordare le calunnie sparate a raffica sul Pio Albergo Trivulzio, con accuse sulla gestione della pandemia che si scioglieranno come neve al sole davanti alla perizia disposta dalla stessa procura della repubblica.

Finirà così anche la storia dei camici, che per ora sta sul corpo di Attilio Fontana come una seconda pelle, quella dell’infamia della “frode”. Certo, la “Dama” è una prestigiosa azienda di proprietà del cognato (e al 10% della sorella) del governatore lombardo, e questo –ma le persone per bene non ci pensano- la rende già di per sé sospetta, nel clima da tagliagole di “onestà onestà”. Cosa mai sarà venuto in mente a Luca Dini di proporsi insieme ad altre società, per fornire alla Regione una partita di camici e altri presidi sanitari? In quel periodo, lo ricordiamo bene, erano state tante le aziende del settore tessile a riconvertirsi, per dare una mano, prima di tutto, e anche per sopperire a buchi di produzione, in un momento di staticità, che avrebbe inevitabilmente comportato anche una crisi dell’occupazione. Il governo aveva autorizzato le Regioni a evitare i bandi pubblici e a snellire le procedure con semplici manifestazioni d’interesse. La “Dama” si era proposta per l’invio di 75.000 camici al costo di 513.000 euro. Ma qualcuno aveva già fiutato l’odore del sangue, onestà -onestà.

Così si comincia a intervistare i citofoni, a tendere agguati, a dare la caccia ai responsabili di conflitto di interesse. Manna caduta dal cielo per i tartufi del giornalismo da gogna, detto anche giornalismo d’inchiesta. Quello che chiamava con disprezzo Mario Mantovani “faraone” per additarlo come corrotto. A questo punto occorre sottolineare la differenza che corre tra le persone abituate al malaffare e quelle per bene. Le prime hanno sempre un alibi e sanno destreggiarsi anche quando diventano prede. I secondi commettono errori, confondono fatti e date, si impappinano. Così è accaduto che nell’entourage familiar-politico del governatore Fontana qualcuno ha pensato di trasformare la vendita dei camici in donazione di quelli già consegnati, cioè 50.000. Una bella boccata d’ossigeno per la Regione, un bel risparmio, di cui tutti i cittadini lombardi dovrebbero essere grati. Invece succede che i pubblici ministeri del pool per i reati contro la Pubblica Amministrazione guidati da Maurizio Romanelli (si, proprio lo stesso che oggi è in corsa per il ruolo che fu di Francesco Greco), vogliano mandare a giudizio Fontana, Dini e tre dirigenti per frode per la mancata consegna dei restanti 25.000 camici. Il che è un po’ singolare, dal momento che l’accordo di compravendita era stato nel frattempo trasformato in donazione. Era dunque la “Dama” obbligata a regalare altri camici? O avrebbe dovuto venderli? Per la cronaca i 25.000 sono poi stati donati alla Croce Rossa di Palermo. Città dove nessuno ha fatto lo schifiltoso né ha aperto un fascicolo penale.

È a questo punto che si apre un secondo filone d’inchiesta. Perché, quando si dà la caccia al cinghialone, non si deve trascurare niente. Se poi si sente profumo di Svizzera, ecco evocare il sospetto di paradisi fiscali, evasione e spalloni, insieme al cioccolato e gli orologi a cucù. Certo, Attilio Fontana ci ha messo del suo, sempre a dimostrazione di essere persona che non ha nulla da nascondere. Un po’ è rimasto male per quel mancato guadagno da parte del cognato, in periodo di magra imprenditoriale come era quella primavera del 2020. Così pensa di risarcirlo, almeno in parte, e di ristorarlo con 250.000 euro donati di tasca propria. Solo che il denaro viene prelevato da un conto svizzero di 5,3 milioni di euro, con fondi “scudati” nel 2015 ed ereditati dalla madre. Ma la cifra è elevata e il versamento non pare sufficientemente motivato, così si attiva il sospetto dell’antiriciclaggio della Banca d’Italia e il versamento viene bloccato. La procura di Milano non si fa mancare niente, comincia a girare la voce che il governatore sia un evasore e che abbia addirittura falsificato la firma della madre. Scoppia il finimondo politico in Regione. Parte la mozione di sfiducia, Fontana è trascinato in un dibattito d’aula, si presenta pallido e con la voce rotta di pianto, viene premiato con sette applausi a scena aperta e la sonora bocciatura della mozione. Ma i tempi si fanno sempre più duri.

Ma questa parte della storia finisce bene per il governatore. Non tanto perché la Svizzera, fedele alle tradizioni di riservatezza sui conti della propria clientela, risponde picche alle rogatorie della procura di Milano, costringendola infine a una richiesta di archiviazione a denti stretti. Ma soprattutto perché, a smentire le parole poco veritiere della procura (“Nessun apporto concreto è stato fornito dalla documentazione dei difensori dell’indagato”), penserà una giudice, che stabilirà il contrario con una archiviazione piena dell’inchiesta. Perché gli avvocati Jacopo Pensa e Federico Papa i documenti li avevano consegnati, eccome. I pm Scalas, Filippini e lo stesso Romanelli non li avevano visti? Strano, perché si trattava di una documentazione piuttosto ponderosa. Infatti la giudice Natalia Imarisio così scriveva nell’atto di archiviazione: “I concreti esiti investigativi, con i citati apporti della difesa, risultano maggiormente concludenti ai fini della esclusione della riconducibilità delle violazioni a Fontana e comunque tali da fondare in tal senso una più ragionevole ipotesi alternativa”.

Chiusa la Svizzera, torniamo all’Italia e a un’altra giudice che dovrà decidere. Sui fatti, certo, come è suo compito. Ma non potrà sfuggirle, proprio perché Chiara Valori, come la sua collega Imarisio non è un pubblico ministero, quanto tempo e quanto denaro pubblico certe procure facciano sprecare per inchieste che hanno già in sé il timbro che accerta come andranno a finire, cioè in niente. Perché è il personaggio politico, come in questo caso Attilio Fontana, a far sentire l’odore del sangue, a eccitare gli animi di “onestà-onestà”. L’avvocato Pensa, un legale di grande esperienza e prestigio, è sempre più sconcertato, ma tiene i nervi saldi. “Svolgeremo la nostra attività difensiva –dice- anche se tutto questo ci sembra solo una tempesta in un bicchier d’acqua”. Sa che, non oggi, perché sarà solo un’udienza-filtro, ma nelle prossime sedute, Fontana potrebbe uscire dall’aula con un rinvio a giudizio, perché tutto può succedere. Ma proprio per questo, e anche perché anche nell’udienza-filtro “si può già valutare giuridicamente”. E magari chiuderlo lì, questo “scandalo camici”, come è già accaduto con lo “scandalo Svizzera”.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.