La Svizzera ha risposto picche sulla rogatoria, poi l’avvocato ha presentato ugualmente tutta la documentazione e oggi la Procura di Milano chiede l’archiviazione per il governatore Attilio Fontana. Il reato di cui il numero uno della Regione Lombardia era accusato era gravissimo, “autoriciclaggio”, per un evento nato dalla costola di quello che è passato alla storia come “lo scandalo dei camici”, E che, se esiste a Milano ancora qualche giudice con un minimo di buon senso, dovrebbe prendere la strada dell’archiviazione. Come del resto questa dell’autoriciclaggio, su cui si attende la decisione del gip. La indagini riguardavano un conto svizzero di 5,3 milioni di euro ereditati dalla madre, da cui Fontana aveva tentato di prelevare 250.000 euro che avevano fatto scattare un alert degli organi antiriciclaggio della Banca d’Italia.

Una storia kafkiana, nata nei giorni tragici dell’epidemia del 2020, quando il covid correva e mieteva vittime e le Regioni erano all’affannosa ricerca di mascherine, camici e ogni presidio sanitario potesse essere utile. Ora che sono passati due anni, e anche se la procura di Milano un mese fa ha comunque chiesto al giudice di mandare a processo Fontana e gli altri protagonisti della vicenda per una sorta di frode in donazione, va raccontata per bene. La questione dei bandi di gara, prima di tutto. Il governo Conte aveva autorizzato le Regioni e le altre istituzioni, vista la situazione emergenziale, a reperire materiali sanitari anche con trattative private. Ed è quello che ha fatto la Regione Lombardia, si è attenuta alle disposizioni centrali. Secondo punto: è falso che il governatore Fontana si sia precipitato a fare affarucci di famiglia. Semplicemente l’assessore competente, che non è un esponente della Lega, ha “sparso la voce”, come si fa in questi casi, interrogando una serie di aziende sulla propria disponibilità di materiale sanitario. Alla fine, cinque sono state le aziende interessate. Una di queste, la Dama, è di proprietà del cognato di Fontana, e nella misura del 10% della moglie. L’azienda chiude l’accordo pattuendo la consegna di 75.000 camici per 513.000 euro.

È tutto regolare, come per le altre quattro aziende, e le cose si sarebbero potute chiudere lì. Come sarebbe normale, se vivessimo in un Paese normale. In cui, quando c’è un’epidemia, ci si preoccupa prima di tutto della salute dei cittadini. Tutti, istituzioni, aziende, magistrati e giornalisti. In Italia da tempo non è così. Si va a cercare i Cognati, in Italia. Come ha fatto in quell’occasione, con comportamento da fogna (eufemismo), la trasmissione Report, che si è messa a intervistare anche i citofoni, pur di smascherare corrotti e corruttori, e costruire “lo scandalo”. E scandalo fu. Perché Attilio Fontana è una persona per bene. Se fosse stato un po’ più furbo, più politico, avrebbe dovuto fare spallucce, e dire: embé? Forse che i cognati devono essere disoccupati? Invece ha cominciato a preoccuparsi. Così, visto che intanto la ditta Dama aveva già consegnato 50.000 kit di presidi sanitari, qualcuno pensò di trasformare la vendita in donazione. Un regalo alla Regione e ai cittadini lombardi, per cui tutti dovremmo essere grati sia al governatore Fontana che ad Andrea Dini, per la generosità. Invece no. Perché il combinato disposto giornalisti-pm in certi ambienti funziona ancora, purtroppo. Perché il titolare di Dama si è limitato a regalare 50.000 presidi sanitari e ha cercato di vendere i restanti 25.000.

In questo modo eludendo l’impegno preso, dice la procura. Incorrendo quindi nella violazione dell’articolo 356 del codice penale, “frode in pubbliche forniture”. Frode in donazione, in definitiva, un nuovo reato non ancora previsto nel nostro ordinamento. Poi, sempre perché Fontana è persona per bene, ha fatto anche il pasticcio, cercando di prelevare dal conto svizzero i 250.000 per risarcire il cognato. E il sassolino si è fatto slavina, con sospetti su quel conto ereditato e poi “scudato”. E i “retroscena inquietanti” di coloro che si credono grandi giornalisti investigativi e hanno bisogno di annusare ovunque il marcio. Lì non c’era, dicono oggi i pubblici ministeri. Non solo perché la rogatoria svizzera è andata buca, ma perché il legale di Fontana, Jacopo Pensa, i documenti richiesti li ha consegnati lo stesso ed era tutto regolare. Come non potrà che verificare il gip, cui spetta ora la parola. Ultima, immaginiamo.

Come è già capitato in tutte le altre inchieste che hanno già chiuso con le archiviazioni ogni “scandalo” inventato da Repubblica e Il Fatto sulla gestione di due anni fa dell’emergenza- covid da parte della Regione Lombardia. A partire dal quella sul Pio Albergo Trivulzio fino a quella sulla mortalità nelle Rsa lombarde, il cui tasso era uguale alle altre in tutta Italia e anche in Europa. Che dire poi della chiusura delle indagini riguardanti la Regione sul Diasorin e l’istituto San Matteo di Pavia? Solita polemica sul bando di gara, su cui le opposizioni in Regione avevano addirittura presentato una mozione di sfiducia. Tutti rimasti con la bocca asciutta, insieme a Gad Lerner e Marco Travaglio.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.