Ogni tanto qualcuno pone la questione morale. Richiamando Berlinguer. Ha ragione? Bisogna intendersi su cosa significa questione morale. Berlinguer – se capii bene il suo messaggio, consegnato a Scalfari in una celeberrima intervista del 1981 – si riferiva alla moralità nel fare politica. Lui pensava che per fare politica ci volesse una idea politica: che non bastasse un interesse amministrativo, o di piccolo gruppo, o personale. Se è così, io credo che sia aperta una grandissima questione morale. In parte del tutto nuova: quella del tradimento dei principi, e della trasformazione della battaglia politica da battaglia delle idee in guerra del puro e semplice consenso. Non è una cattiva cosa, il consenso. È il pilastro della democrazia. Se però diventa una variabile indipendente delle idee, e degli interessi collettivi, e del diritto, allora è una pessima cosa.

Oggi i leader politici pensano di poter sostenere con passione un principio, e negarlo, o rovesciarlo, dopo 15 giorni. E pensano che non ci sia niente di male, in questo, se corrisponde a esigenze della campagna elettorale e della conquista del consenso e del potere. Io invece credo che questo atteggiamento introduca un elemento di immoralità profondissima nella struttura della politica – e anche del giornalismo – e di conseguenza nel cuore della società. È un modo di fare politica che corrompe profondamente il popolo. È il nocciolo duro, l’anima nera del populismo moderno. Mi riferisco in particolare alla questione del rapporto tra giustizia e politica.

Esistono due idee (parlo di vere e proprie idee) su questa delicatissima questione. C’è chi pensa che la politica debba prevalere, e non possa sottomettersi alle dinamiche della giustizia, cioè della magistratura, e debba difendere la propria autonomia con tutti i mezzi (lo credeva Aldo Moro, e io penso che avesse ragione); e chi invece pensa che la giustizia sia al di sopra della politica, e la politica debba sottomettersi, anche rinunciando alla propria autonomia in nome di un’etica superiore, e della garanzia di pulizia e di trasparenza (lo credeva Pasolini, e io penso che avesse torto). La prima posizione è quella garantista. La seconda è quella giustizialista. Io, siccome sono garantista, spesso uso la parola “forcaiolo” al posto della parola giustizialista, forse con un eccesso di polemica. Ma qui non voglio fare nessuna polemica coi giustizialisti. Li rispetto, se lo sono davvero, in modo totale. Voglio farla con chi riesce a spostarsi da una all’altra posizione con l’agilità di una scimmia tra i rami della giungla.

Ecco qui tre casi, recenti o recentissimi, di intreccio tra politica e giustizia. Caso Fontana, il governatore della Lombardia sospettato di aver fatto pasticci con una donazione di camici e di avere avuto dei capitali in Svizzera e di averli poi “scudati”. Le opposizioni chiedono che si dimetta. In particolare i 5 Stelle, il Pd sembra più cauto. Fontana ha ricevuto un avviso di garanzia. Caso Casalino. Il portavoce del premier ha un compagno che ha giocato in borsa delle cifre altissime, molto superiori alle sue possibilità economiche. Ha giocato in borsa utilizzando informazioni riservate? Non ci sono avvisi di garanzia. La destra chiede le dimissioni di Casalino I 5 Stelle lo difendono. Il Fatto, domenica, ha dato la notizia piccola piccola a pagina 15.  Caso Marini. La presidente della regione umbra, un anno fa, ricevette un avviso di garanzia per un reato non molto conosciuto: “concorso in abuso di ufficio”. L’abuso di ufficio era attribuito al dirigente di una Asl, per alcune assunzioni.  Marini fu considerata complice. L’inchiesta non si è ancora conclusa con un rinvio a giudizio, più di un anno dopo. All’epoca la destra fu inflessibile. Anche i 5 Stelle. Salvini andò a Perugia e tenne un comizio oceanico per chiedere le dimissioni della Marini. Il Pd, come spesso gli succede, ebbe paura e impose le dimissioni alla Marini.

Aggiungiamo un quarto caso, che serve per capirci meglio: circa quattro anni fa Matteo Renzi, all’epoca premier, incontrando De Benedetti sulla porta di un ascensore, rispose a una sua domanda sostenendo che pensava che la riforma della banche popolari si sarebbe fatta. Da quel giorno Il Fatto di Travaglio almeno una volta al mese pubblica in prima pagina un articolo per chiedere che Renzi e De Benedetti siano processati per aggiotaggio. Domanda: e Casalino? Salvini voleva la cacciata con infamia di Catiuscia Marini. Domanda: e Fontana? I Cinque Stelle vogliono cacciare Fontana. E Casalino? La destra vuole cacciare Casalino. E Fontana? Volete che continuo?

Sapete come si chiama questa posizione ideologica che prevede il giustizialismo feroce con gli avversari e il più rigoroso garantismo coi propri amici? Si chiama “Garan-forchismo”. È una posizione politica intollerabile. Provoca guasti inauditi nell’opinione pubblica e rende impossibile lo stato di diritto, corrompe profondamente i partiti e i gruppi parlamentari. Quali partiti riguarda? Direi tutti, forse escluso un pezzettino piccolo di Forza Italia (ma non tutto il partito). È uno dei drammi dell’Italia.