Galeotto fu Giletti. La candidatura di Luigi De Magistris alla presidenza della Regione Calabria è nata lì, nel salotto di “Non è l’arena”, domenica dopo domenica. L’ex magistrato si collegava dal suo ufficio di sindaco di Napoli, le braccia appoggiate alla scrivania contornata dalle bandiere ufficiali delle istituzioni, la foto di Falcone e Borsellino messa bene in evidenza. Messaggio chiaro: io sto dalla parte del Giusto, io sono io e voi…
È lì a sostenere il suo amico Nino Di Matteo dall’ingiustizia di non esser stato collocato alla direzione del Dap, butta lì frasi del tipo «si è approfittato della pandemia per far uscire dal carcere i mafiosi» e anche «si sono oggettivamente favorite le organizzazioni criminali». Parla sempre da pubblico ministero. È il suo modo sobrio di manifestare dissenso rispetto alla famosa circolare del marzo scorso con cui l’Amministrazione penitenziaria sollecitava i direttori delle carceri a segnalare i casi di detenuti anziani o malati per prevenire la diffusione del Coronavirus nei penitenziari. Ma coglieva anche l’occasione, come sempre, per farne un caso personale. Come l’acredine nei confronti di Franco Basentini, il direttore del Dap che era stato preferito dal ministro Bonafede rispetto a Di Matteo, e che era stato poi costretto alle dimissioni nel maggio scorso in seguito proprio a quella circolare e alle polemiche giornalistiche, in particolare proprio nella trasmissione di Giletti, sulle “scarcerazioni dei mafiosi”. Che non erano proprio “scarcerazioni”, ma in gran parte sospensioni della pena per motivi di salute con concessione di detenzione domiciliare.
In una di quelle puntate, che parevano veri plotoni di esecuzione, De Magistris non aveva lesinato bombardamenti verbali nei confronti di Basentini, ricordando un episodio del giugno 2007. Non uno dei momenti più edificanti della sua carriera in magistratura, quando stava conducendo le indagini nell’inchiesta “Toghe lucane”, quella in cui aveva denunciato di aver scoperto un “comitato d’affari” composto da politici, magistrati, imprenditori e pubblici funzionari che avrebbero gestito una serie di operazioni economiche illegali in Basilicata. Trenta indagati, trenta assolti (tanto per precisare). Ma lui non lo dice, da Giletti. Ricorda invece di aver inviato gli uomini della guardia di finanza a perquisire casa e ufficio del sottosegretario allo sviluppo economico Franco Bubbico (Ds), del procuratore generale di Potenza, di un avvocato e del capo della squadra mobile. Proprio Franco Basentini, allora pubblico ministero nel capoluogo lucano, lo aveva denunciato alla procura di Salerno, competente per i reati riguardanti i magistrati di Catanzaro. Ovvio che ancora oggi resti qualche malumore nei suoi confronti.
Tutta la carriera giudiziaria di Luigi De Magistris in Calabria è fatta così, di denunce e contro-denunce, di polemiche e risse tra toghe. I suoi ammiratori sedevano in assemblea insieme a lui sui gradini del tribunale di Catanzaro in piazza Matteotti gridando al complotto a ogni conflitto che scoppiava tra lui e i suoi superiori, tra lui e il ministro di giustizia (si chiamasse Alfano o Mastella) che gli inviava gli ispettori. Gli altri, quelli che irridevano le continue cancellazioni dei suoi provvedimenti, le scarcerazioni e le assoluzioni dei suoi imputati, invece lo chiamavano “Giginedduflop”. Perché il De Magistris che oggi è candidato e che esibisce il suo grande amore per la Calabria e i calabresi, ricordando che sia la moglie che il figlio sono nati lì, in questa regione ha lasciato solo il ricordo di sfracelli e conflitti.
Giginedduflop ne ha portati a casa parecchi, di flop. Sfortuna? Imperizia? Chissà. Basterebbe ricordare quel che scrivevano di lui i suoi colleghi del consiglio giudiziario quando il Csm avrebbe dovuto promuoverlo a consigliere di corte d’appello. Frasi imbarazzanti come «le tesi accusatorie sono cadute spesso per errori evitabili ed evidenziate dall’organo giudicante», «anomalie di molti provvedimenti adottati», «serie numerosissima di insuccessi». E conclusioni da levare la pelle: «Il dato certo è che il dottor De Magistris è del tutto inadeguato, sul piano professionale e sul piano dell’equilibrio e sul piano dei diritti delle persone solo sospettate di reato, a svolgere quanto meno le funzioni di pm».Pure, lontano dalle scartoffie e da questi giudizi così precisi e severi, in Calabria il pubblico ministero Luigi De Magistris sia negli anni 90, che nei successivi anni duemila, è stato ancora più famoso del Gratteri di oggi. Tre sono state le sue grosse inchieste, “Poseidon”, “Why not” e “Toghe lucane”. La procedura era sempre la stessa, grande tam tam mediatico, retate perquisizioni e arresti. Cui seguivano proteste e interrogazioni parlamentari. E poi le avocazioni da parte dei dirigenti degli uffici, una volta dal procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi, l’altra da parte della procura generale. E ogni volta Giginedduflop impugnava la carta bollata e denunciava.
Sicuramente i cittadini calabresi ricorderanno quel che successe nel dicembre 2008 quando, dopo denunce e controdenunce tra Catanzaro e Salerno, i pubblici ministeri della città campana disponevano la perquisizione degli uffici omologhi di Catanzaro per acquisire gli atti delle tre inchieste di De Magistris, Poseidon, Why not e Toghe lucane. Due giorni dopo la procura di Catanzaro apriva un’indagine nei confronti dei colleghi di Salerno, inviando loro informazioni di garanzia e disponendo il contro-sequestro delle carte di De Magistris. E nei giorni successivi il ministro di giustizia Angelino Alfano, il procuratore generale della cassazione e la sezione disciplinare del Csm mettevano sotto accusa i magistrati di Salerno “alleati” di De Magistris.
Ora, ci saranno in Calabria molti cittadini che hanno mantenuto un buon ricordo dell’ex magistrato perché l’hanno considerato uno che non aveva paura di nessuno e che cercava di farla pagare ai potenti. Qualcuno, o molti, si saranno convinti che, come lui dice, da magistrato sia stato vittima di complotti orchestrati dai vertici del Csm, Giorgio Napolitano e Nicola Mancino. In una delle tante passeggiate dei mesi scorsi a “Non è l’arena” lui ha entusiasmato gli ambienti di centrodestra perché ha gridato che quelli della sinistra lo incoraggiavano finché dava addosso a Berlusconi e poi lo attaccavano se indagava i nipoti di Gramsci. Un altro modo di fare del vittimismo.
Ma la realtà dei fatti è una sola. Che fine hanno fatto le tre grandi inchieste che il pubblico ministero ha condotto in terra di Calabria? Triste fine, dal punto di vista dell’accusa per Giginedduflop. Un pugno di mosche. Si è concluso nel 2016, a dieci anni dal suo inizio e dopo che l’ex pm aveva lasciato la magistratura, era stato parlamentare europeo e poi sindaco di Napoli, l’ultimo troncone del suo processo più importante, Why not. Tutti assolti, i politici suoi imputati. Un centinaio di indagati complessivamente, nove milioni di euro spesi, lo spezzettamento in diversi processi e processetti e un unico finale, lo stesso che aveva riguardato anche Poseidon e Toghe lucane. Veri non-processi senza moventi, prove, riscontri. E tante assoluzioni.
Ho incontrato De Magistris una sola volta. «Stia attenta a quello che dice», mi aveva aggredita subito, non appena avevo aperto bocca, in una trasmissione. Non era più pm, ma del ruolo aveva mantenuto l’arroganza. E anche l’abitudine a intimidire e denunciare, a usare (o minacciare) le carte bollate per tacitare. È così che intende presentarsi ai cittadini calabresi per chiede il loro voto alle prossime elezioni regionali? Per fare il doppione di Gratteri anche se il posto è già occupato? E se eletto come presidente della Regione, lo farebbe in toga?