Enrico Panini e Monica Buonanno cedono il posto in giunta a Marco Gaudini e Giovanni Pagano. La vera novità del nuovo assetto amministrativo annunciato ieri da Luigi de Magistris, primo cittadino di Napoli, è però un’altra: la poltrona di vicesindaco va a Carmine Piscopo con buona pace di Alessandra Clemente che Dema ha già candidato alla guida di Palazzo San Giacomo. Ripensamento? Strategia? Tutto è possibile. Certo è che il tanto atteso rimpasto è caratterizzato da una serie di contraddizioni.

La prima riguarda proprio la Clemente, unica candidata “ufficiale” alle prossime comunali. De Magistris l’ha “lanciata” ormai da settimane. La logica avrebbe imposto al sindaco di nominare proprio Clemente numero due dell’amministrazione per i pochi mesi che separano Napoli dal voto. La scelta, invece, è ricaduta su Piscopo al quale il primo cittadino ha sottolineato di essere legato «sin dai banchi di scuola». Il solo fatto che de Magistris abbia dovuto riflettere sull’assessore da promuovere a numero due dell’amministrazione al posto di Panini, destinato al ruolo di capo di gabinetto della Città metropolitana, è clamorosa e dà l’idea di un sindaco non convinto delle capacità e dell’affidabilità della Clemente. La nomina di Piscopo, poi, suona come una contraddizione ancora più forte: l’assessore all’Urbanistica diventa vicesindaco, peraltro in una fase in cui de Magistris potrebbe dimettersi in vista di una candidatura alla guida della Calabria, ma Clemente viene confermata come candidata “arancione” alle comunali.

Delle due l’una, dunque: o de Magistris ritiene la Clemente inaffidabile, nel qual caso non si comprende il motivo per il quale l’abbia indicata come esponente destinata a prendere il suo posto, o la giudica non indispensabile, il che induce a pensare che la nipote di Sandro Ruotolo possa facilmente essere “sacrificata” sull’altare di un accordo allargato a movimenti e forze di centrosinistra. In tutti i casi, la contraddizione è evidente e non rappresenta un motivo di serenità per la Clemente.

Non solo. De Magistris si è sempre mostrato critico verso i metodi e le liturgie della politica tradizionale. Anzi, su questa fiera opposizione ha costruito parte del proprio successo politico fin dal 2011, quando seppe cogliere il malessere di molti napoletani verso la classe dirigente dell’epoca. I fatti, però, dimostrano come Dema abbia successivamente accettato certi “riti” della politica: basti pensare all’appoggio ricevuto in occasione dell’ultimo voto sul bilancio da parte del centrodestra, in precedenza attaccato dal sindaco con toni addirittura violenti, e allo scambio di poltrone tra Comune e Città metropolitana, dove il primo cittadino non esita a beneficiare dell’appoggio di centrodestra e Italia Viva.

Mentre de Magistris “gioca” con le poltrone, ipotizzando candidature e redistribuendo deleghe, Napoli è in ginocchio a causa di un debito-monstre e di servizi non all’altezza di una grande metropoli. Ad agosto Dema aveva annunciato un piano ad hoc per invertire la rotta almeno negli ultimi dieci mesi di mandato. Di tutto ciò, al momento, non c’è traccia, come per dieci anni non c’è stata traccia di una visione strategica della città che non fosse banalmente basata sulla retorica del lungomare liberato e sulla contrapposizione con Regione e Governo: è questo, prima ancora della giunta, il nodo che Dema avrebbe dovuto sciogliere.