«Di depenalizzazione si parla da decenni, qualche provvedimento legislativo c’è anche stato ma con risultati inadeguati o insufficienti. Il vero problema è che in Italia c’è una ipertrofia del diritto penale, un’eccessiva tendenza da parte del Legislatore a creare nuove forme di reato che nella maggior parte dei casi hanno un valore puramente simbolico perché alla base non c’è un’effettiva necessità sostanziale», afferma Paolo Itri. In magistratura da trent’anni, attualmente pm in forza alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Itri è stato pm alla Procura di Nola, ispettore generale del Ministero della Giustizia e pm a Vallo della Lucania dove ha anche svolto funzioni di procuratore. La giustizia non è solo il suo mondo professionale, ma anche l’ispirazione del suo romanzo, Il Monolite, in cui racconta bene i drammi e le speranze tradite di un territorio devastato dalla camorra e gli affanni, i veleni interni e le contraddizioni di una giustizia che annaspa. Una giustizia che da decenni non riesce a risolvere i suoi problemi e che, subissata di leggi, finisce per essere vittima di se stessa.

«Questo è solo un primo aspetto – spiega Itri – Poi va considerata la tendenza ultracinquantennale del nostro Paese a legiferare non solo in materia penale, ma anche processuale penale a seconda dell’emergenza del momento. Ci troviamo ormai di fronte a un codice di procedura penale che viene cambiato di continuo e a una totale incapacità del Paese di apprendere dall’esperienza. Temi come il giusto processo e la durata ragionevole del processo dovrebbero far parte del patrimonio culturale di tutti, invece di dividere la politica con il solo risultato di creare un sistema processuale complicato e farraginoso, lungo e difficile da gestire».

Ed è per questo che la giustizia fa acqua da tutte le parti? «Se ci aggiungiamo, come terzo aspetto, l’obbligatorietà dell’azione penale, ecco che abbiamo ottenuto le ragioni per cui il processo penale in Italia non funziona – aggiunge Itri – Fatta eccezione per i reati di criminalità organizzata per i quali la giustizia riesce per fortuna a dare una risposta efficace, è sul piano della giustizia ordinaria che il processo non funziona. Il processo penale dovrebbe essere un luogo frequentato da poche persone ed estremamente qualificate. Nel 90 per cento dei casi si conclude con pezzo di carta che non produce alcuna conseguenza sul piano sanzionatorio». È su questi casi che potrebbe intervenire una depenalizzazione? «Direi per tutti quei casi che statisticamente sono destinati a concludersi in un nulla di fatto sul piano carcerario, cioè quei casi che nella pratica non consentirebbero mai di mettere in carcere qualcuno», suggerisce Itri secondo il quale stilare un elenco dei reati abrogabili e derubricabili a illeciti amministrativi è complicato. «È un lavoro molto complesso che dovrebbe fare il Legislatore facendo una scelta di campo. Ma è tutto il sistema che va ripensato, con l’obiettivo di assicurare la certezza della pena e la sua funzione di rieducazione. L’Italia è l’unico Paese che ancora non riesce a garantire né l’una né l’altra».

E allora quali reati abrogherebbe? «L’abuso d’ufficio, perché è un reato che andrebbe perseguito ma nella misura in cui è possibile avere la certezza del diritto, certezza che in Italia non c’è. C’è troppa confusione normativa, troppa burocrazia, troppi pregiudizi, la pubblica amministrazione è da migliorare, la politica vive più di immagine che di sostanza e promuove leggi esclusivamente sull’onda emozionale che poi si prestano a interpretazioni varie, generando una situazione di grande incertezza. Anche il sistema Palamara è frutto dello stesso genere di fenomeno, perché con una circolare barocca, bizantina, difficile da interpretare si sono fatte centinaia di nomine. Il problema è sempre la mancanza di regole certe. Sarebbe necessario semplificare, ma la vedo un’operazione improba. Un tempo bastavano i codici per trovare fattispecie di reato, ora bisogna cercare in testi normativi complicati, con il rischio di sbagliare in buona fede o che qualcuno ne possa approfittare. È dove c’è poca chiarezza e poca certezza nella interpretazione delle norme che si insinuano il dubbio e la possibilità dell’abuso».