La pandemia, la crisi delle imprese, gli effetti delle lungaggini giudiziarie sul rilancio economico, il fardello della burocrazia e il vuoto di progettualità. Come si esce da questo contesto? Cosa serve alle imprese e all’economia regionale per rendere efficace la ripresa? Per Andrea Prete, presidente dell’Unione regionale delle Camere di Commercio della Campania, sono necessari un cambiamento culturale e un pacchetto di misure mirate. «Basta con la cultura del sospetto, bisogna passare alla cultura della responsabilità» afferma. La cultura del sospetto, spiega, è quella che ha fatto proliferare le norme rendendo farraginosa la burocrazia e lenta la giustizia, con ricadute sulla crescita economica. «Da molti anni in Italia la burocrazia continua a emanare leggi fino a diventare vittima di se stessa, perché lo Stato non si fida del cittadino e il cittadino per fare deve affrontare un calvario di norme e certificazioni che finiscono per dare un grande potere a chi deve certificare. In quest’ottica va rivisto il rapporto Stato-cittadino – sottolinea il presidente Prete – Con un sistema di autocertificazione, prevedendo ovviamente anche sanzioni per chi non rispetta le regole, si semplificherebbe tutto e si eviterebbero i ritardi e le lentezze che frenano lo sviluppo».

Semplificare, dunque, è la parola chiave, nel campo della burocrazia quanto in quello della giustizia. «Non si possono avere processi che durano otto anni oppure rinvii delle cause da oggi al 2022. Bisogna snellire il sistema giudiziario e in questo le Camere di Commercio possono avere un ruolo, perché se alimentiamo meglio e supportiamo gli istituti della mediazione e dell’arbitrato si può alleggerire il peso della giustizia». In Campania le imprese mostrano segnali di sofferenza. Le associazioni di categoria lanciano allarmi, in tribunale da luglio è boom di ricorsi per fallimenti e i dati sulle imprese attive è in continua oscillazione. «Per fare un quadro reale della situazione bisognerà attendere la fine dell’anno – spiega il presidente dell’unione delle Camere di Commercio della Campania – Per ora i dati sono ancora molto fluttuanti, di certo registriamo nel mondo delle imprese meno iscrizioni rispetto al passato e un calo delle iscrizioni di nuove imprese in questa prima parte del 2020».

Vuol dire che nella prima metà dell’anno nessuno ha pensato di creare una nuova attività: è un altro effetto della pandemia. «I dati, inoltre, sono disomogenei per settori – aggiunge Prete – Ci sono settori che come quello alimentare o farmaceutico hanno resistito bene, e altri come quello manifatturiero, abbigliamento, calzature e così via, che sono particolarmente in difficoltà. Anche le esportazioni sono in difficoltà perché la crisi è globale e i consumi si sono ridotti in tutti i Paesi. Il fatto – precisa – è che durante il lockdown sembrava che l’unica preoccupazione fosse riaprire, ma il vero problema è capire qual è l’andamento della domanda una volta riaperto». Anche molti posti di lavoro sono a rischio. «Nei giorni scorsi le previsioni davano un potenziale di 800mila posti di lavoro in meno in Italia, io temo che potranno essere anche di più.

In Campania il dato corrisponde a circa il 10 per cento del dato nazionale». Il Governo ha messo in campo una serie di misure, ma quanto sono state efficaci? «Alcune – risponde Prete – sono state importanti ma si tratta comunque di misure tampone, come la Cassa integrazione e alcuni finanziamenti. Il vero problema sarà quando bisognerà utilizzare al meglio le risorse». Quale soluzione? «Penso a un pacchetto di misure che garantiscano agevolazioni fiscali che consentano di essere più competitivi, semplificazioni e sburocratizzazione, un sistema sanitario di area che funziona, una giustizia rapida e efficace e la sicurezza del territorio. È questo che serve per attrarre investimenti e il Mezzogiorno ha tutte le carte per essere luogo di attrazione. Ma questo è il Paese del dire e non fare, un Paese dove la politica ha l’obiettivo della prossima campagna elettorale e tende quindi a massimizzare il risultato nel brevissimo tempo senza seminare sul futuro e ciò è devastante perché – conclude Prete – non consente di pianificare. Si tende sempre a mettere la pezza dell’ultimo minuto. Ecco perché il cambiamento culturale è necessario».