La giustizia del lavoro assume una centralità più che mai cruciale in questo particolare momento storico. L’attuale crisi economica è stata accompagnata da profondi cambiamenti del mercato del lavoro e della legislazione relativa ai diritti dei lavoratori. La pandemia ha reso necessario un periodo di lockdown durante il quale moltissimi settori si sono fermati, incluso quello della giustizia, e le ricadute sono state molteplici, sia sotto il profilo giudiziario sia sotto quello più strettamente sociale ed economico. Lo stop durante la fase più cruenta dell’emergenza sanitaria e la lenta ripresa della giustizia nella cosiddetta Fase 2 hanno determinato uno slittamento sui ritmi dei processi, con la conseguenza che in molti casi la trattazione ritardata dei procedimenti ha avuto conseguenze per le parti in causa. Sul piano economico, la pandemia si è tradotta in una crisi che ha inevitabilmente condizionato il mercato del lavoro e il tessuto imprenditoriale locali. Questi effetti non sono stati uguali per ogni regione, per ogni territorio.

A seconda dei profili imprenditoriali ed economici di ciascun territorio, il bilancio è stato diverso. In Campania, l’economia regionale è fortemente caratterizzata da una vocazione turistica e da un elevato numero di aziende che operano nel settore dei servizi. Secondo dati Istat aggiornati al 2019, tra Napoli e provincia, operano 180.776 imprese e sono soprattutto attività commerciali, negozi e botteghe, oltre a studi professionali e piccole e medie imprese connotate da un’elevata specializzazione ma non da grandi dimensioni. La metà del tessuto imprenditoriale partenopeo è quindi rappresentato da attività commerciali: prima del Covid erano 62.434 le attività di commercio all’ingrosso e al dettaglio e le officine meccaniche tra Napoli e provincia, e si contavano 30.856 attività professionali, scientifiche e tecniche.

I numeri più importanti provengono, poi, dal settore costruzioni (13.590 imprese) e da quello dei servizi composto da circa 19mila attività, incluse quelle che si occupano di alloggio e ristorazione, quindi turismo (12.889), quelle del settore immobiliare (5.760), quelle di noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (5.807), quelle che garantiscono le più varie attività di servizi (oltre 7mila). Sono invece 12mila le imprese attive nei settori della sanità e dell’assistenza sociale, mentre sfiorano il tetto di 6mila le aziende del settore immobiliare e 1.286 nel campo dell’istruzione.

Quando si parla di lavoro e imprese, di giustizia e territorio, di crisi e proposte di rilancio, bisogna quindi tener conto che è a questa anagrafica di imprese che si fa riferimento, a tale tessuto industriale regionale che bisogna pensare. Secondo la più recente indagine sulle imprese industriali e dei servizi svolta dalle filiali di Banca d’Italia, in Campania l’occupazione è calata (-1 per cento) in controtendenza rispetto alla media italiana e meridionale, rispettivamente in aumento dello 0,6 e dello 0,2 per cento, e concentrandosi proprio in quei settori che sono la spina dorsale dell’industria regionale, e cioè nel settore dei servizi, in particolare nel comparto di commercio, alberghi e ristoranti, e nelle costruzioni. Una prima strategia adottata per fronteggiare la situazione di crisi è stata quella delle politiche del personale, con il ricorso allo smart working e alla Cassa integrazione guadagni. Ma non basta. Ora è il momento delle proposte virtuose e delle riforme.