Rilancio dell’industria, nuova centralità nel Mediterraneo, investimenti in tecnologia. E poi taglio della burocrazia, appalti più snelli, ricorso al commissarimento per realizzare grandi opere e riforme di fisco, sanità e istruzione. L’obiettivo: avviare un nuovo miracolo economico, come quello che fece risorgere l’Italia dalle macerie della seconda guerra mondiale. La proposta porta la firma di 90 tra economisti, enti e associazioni che hanno aderito al documento programmatico elaborato dal cantiere Mezzogiorno in Progress, nato nell’ambito dell’Osservatorio Banche e Imprese (Obi). La strategia è trasformare il Sud in locomotiva di sviluppo attraverso la creazione e la connessione di sei piattaforme: produttiva, logistica, scientifico-tecnologica, finanziaria e creditizia, della conoscenza e della coesione sociale. Per quanto riguarda il primo aspetto, gli addetti ai lavori spingono per il rilancio di industria, turismo culturale e agricoltura familiare. In questo contesto potrebbe rivestire un ruolo fondamentale la Campania: incentivi per la sostituzione di automobili inquinanti con le Euro 6 potrebbero mettere le ali allo stabilimento Fca di Pomigliano d’Arco dove è prevista la produzione della Panda elettrica.

L’effetto di queste politiche su tutta la componentistica prodotta al Sud sarebbe massiccio, se si considera l’attività svolta anche nel sito di Melfi. Tutto ciò, però, presuppone un miglioramento delle performance della pubblica amministrazione, quindi una guerra alle inefficienze e ai costi aggiuntivi che rendono il tessuto imprenditoriale e produttivo del Sud meno competitivo. Indispensabili anche gli investimenti pubblici, soprattutto in infrastrutture. E qui siamo alla seconda scommessa: restituire al Mezzogiorno il ruolo di piattaforma logistica nel Mediterraneo che, negli ultimi anni, è diventato nuovamente crocevia di imponenti traffici commerciali provenienti in particolar modo dalla Cina. «Il Sud ha una grande opportunità di riposizionamento e rilancio – spiegano i firmatari del documento – il che impone un potenziamento di ferrovie, porti, aeroporti e tecnologie, fondamentali per attrarre e sviluppare investimenti e attività produttive».

E le banche? Qui si parte da una premessa: nel 2019, in Italia, operavano nove banche classificate come maggiori e dieci come grandi, ma nessuna di queste ha sede al Sud. In altri termini, il sistema bancario è lontano dall’economia meridionale, con la conseguenza che le imprese devono far fronte a costi informativi più alti e maggiori difficoltà nel reperimento del credito. «Serve un sistema creditizio attento alla riqualificazione e allo sviluppo del sistema economico-produttivo – osservano gli esperti – nell’ambito del quale la Banca del Sud rivestirebbe un ruolo determinante col supporto di banche popolari e di credito cooperativo». Completano il quadro delle proposte la creazione di una rete di parchi tecnologici integrata con le Zone economiche speciali, il potenziamento degli organici scolastici attraverso procedure di reclutamento più agili, il rafforzamento dei servizi a partire dalla medicina territoriale.

Il successo di queste politiche, però, dipende dalle riforme strutturali. Qualche esempio? Metodo Genova per le opere strategiche, lotta alla burocrazia attraverso l’introduzione di un sistema di controlli preventivo, riforma del fisco per stimolare iniziativa privata, lavoro e investimenti. «Non serve un piano per il Sud – concludono i firmatari del documento – ma un programma di sviluppo nazionale che attribuisca al Sud un ruolo da protagonista, sia coordinato da un soggetto attuatore indipendente dalle diverse legislature e dotato di un budget pluriennale da spendere nel medio termine».