In Campania il Covid ha fatto meno vittime che in altre regioni d’Italia, ma gli effetti della pandemia sull’economia regionale hanno iniziato a manifestarsi già nel primo trimestre e non sono trascurabili. Le esportazioni, pur continuando a crescere in virtù del favorevole andamento del comparto agro-alimentare, hanno subìto un rallentamento. Le compravendite immobiliari, da alcuni anni in crescita con un aumento medio annuale del 7,1%, hanno registrato un netto calo. Stesso discorso per il traffico aeroportuale e portuale che, dopo la prolungata espansione degli ultimi anni, è stato bruscamente e notevolmente ridimensionato per effetto della pandemia. Anche il movimento merci e passeggeri si è drasticamente ridotto.

E l’occupazione, già in calo nel 2019, si è contratta nel primo trimestre del 2020 con ripercussioni negative sulle prospettive dei consumi privati. Se non si avvia una rapida ripresa, l’economia della Campania continuerà a risentire delle conseguenze della pandemia anche in ragione dei legami produttivi con le regioni dove il contagio è stato più diffuso, dell’interscambio commerciale con il resto del mondo e del crescente peso che sull’economia locale ha il turismo, soprattutto quello internazionale. Un’indagine sugli effetti del Coronavirus condotta dalle filiali della Banca d’Italia ha analizzato l’impatto della pandemia sul credito e su settori strategici per lo sviluppo della regione: dalle imprese alle famiglie, dalla finanza pubblica al mercato del lavoro. Ne viene fuori un ritratto a luci e ombre, con timidi segnali di ripresa e previsioni di preoccupanti flessioni.

E se il calo del pil atteso per il 2020 si stima in linea con quello nazionale, ad allarmare sono la mancata ripresa di molte aziende e l’aumento dei cosiddetti “nuovi poveri”, quelli cioè che hanno perso il lavoro a causa del Covid, quelli che hanno preferito non riaprire le proprie attività perché i costi rischiavano di superare i ricavi, quelli – e in Campania sono una maggioranza – che lavoravano come stagionali o irregolari e non hanno avuto accesso ad alcun tipo di sostegno. Il rischio povertà si è acuito: nei primi quattro mesi del 2020 i nuclei familiari che hanno beneficiato di reddito o pensione di cittadinanza sono aumentati dell’11,2%, con un’incidenza nella nostra regione superiore rispetto alla media del Mezzogiorno e dell’Italia.

Dai dati raccolti dalla Banca d’Italia tra metà marzo e metà maggio su un campione di 150 imprese in Campania (più di 2400 quelle a livello nazionale), è emerso che oltre il 50% delle imprese campane prevede un calo del fatturato superiore al 30%, quota destinata ad aumentare per le attività sospese a causa della pandemia. Gli investimenti, che nel 2019 erano aumentati, continueranno a calare nei prossimi mesi. E analogo è il trend per il comparto delle costruzioni, dove solo tra febbraio e marzo scorsi l’indice di produzione è sceso di un terzo, e per il settore terziario, ristorazione, alloggio e intrattenimento. Di contro è aumentato il ricorso agli strumenti di garanzia dei prestiti bancari per tamponare le difficoltà di solvibilità e liquidità e alla cassa integrazione guadagni che nel solo mese di aprile 2020 ha fatto registrare un numero di ore autorizzate pari a più del doppio di quelle dell’intero 2019. Quanto alla finanza pubblica, si calcola che i bilanci dei Comuni campani, già diffusamente caratterizzati da condizioni di criticità finanziaria, saranno sempre più in rosso.

“Creare occupazione per ridurre il gap tra Nord e Sud”
Rosario Stornaiuolo (Federconsumatori Campania) – Il Covid-19 ha avuto un impatto disastroso sui cittadini campani. Bisogna rivedere il concetto di povertà e abbattere le disuguaglianze. Il Governo deve prestare attenzione soprattutto alle classi meno agiate. Secondo l’Istat una famiglia formata da tre persone dovrebbe avere un’entrata di circa 1.200 euro al mese. Al di sotto di questa cifra si entra nella classe dei “poveri”. Considerando che oggi solo una persona su quattro lavora a tempo pieno e raggiunge quella cifra, vuol dire che gli altri tre sono disoccupati o in cassa integrazione che prevede meno di 1.200 euro mensili. Va da sé che tantissimi cittadini si ritrovano a essere poveri. E questo si riscontra anche nei consumi: una famiglia campana spende il 33 per cento in meno rispetto a una famiglia veneta e, in Campania, quattro negozi su dieci hanno deciso di non riaprire. Questi numeri ci dicono che c’è una diseguaglianza enorme tra Nord e Sud ma anche tra cittadini della stessa Regione. Come affrontare la situazione? Creando nuovi posti di lavoro. Per farlo bisogna migliorare la rete dei trasporti, che dovrebbero far capo a una sola azienda pubblica, e investire in tecnologia: per esempio, si deve estendere la banda larga a tutti i territori della Campania per non lasciare fuori nessuno e dare a tutti le stesse opportunità.

“Taglio della burocrazia e investimenti nel digitale per ripartire”
Andrea Prete (Unioncamere Campania) – Le aziende devono ripartire e per farlo c’è un urgente bisogno di sburocratizzazione, di instaurare una cultura della responsabilità a scapito di quella del sospetto, investimenti in green economy e digitalizzazione. La sburocratizzazione è una manovra fondamentale e non deve essere solo un bello slogan. Oggi è fondamentale che si istauri tra Stato e cittadino, tra imprenditore e banche un rapporto di fiducia reciproca, con la certezza che chi sbaglia verrà punito. Credo poi che sia fondamentale eliminare il reato di abuso d’ufficio: perché oggi un funzionario pubblico dovrebbe assumersi la responsabilità di firmare un qualsiasi documento sapendo che potrebbe essere perseguito penalmente? La risposta è che non c’è un perchè ed è per questo che oggi ci ritroviamo impantanati in un groviglio burocratico. Si deve operare, poi, una riduzione del cuneo fiscale e delle tasse che stanno soffocando gli imprenditori già alle prese con un problema enorme: la mancanza di liquidità. E qui credo che la soluzione più logica sia quella di accedere subito ai fondi europei, di attingere al Recovery Found e soprattutto accettare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

“Aiutiamo le aziende a inserirsi in nuovi mercati”
Giovanni Abete (Unione industriali di Napoli) – L’avvento del Coronavirus ha colpito in maniera più o meno lieve tutti i comparti dell’imprenditoria, ma può essere un’opportnuità per reinventare l’imprenditoria della Campania e inserire le nostre aziende in business del tutto nuovi. Il problema principale delle attività produttive della Regione è che molto spesso noi siamo ingranaggi di una catena che si sviluppa altrove. Cioè siamo fornitori e trasformatori ma non immettiamo direttamente i nostri prodotti sul mercato e questo chiaramente ci penalizza moltissimo perchè il valore aggiunto di quello che produciamo si riduce al minimo. Dovremmo finirla di lavorare per qualcuno e individuare un settore nel quale essere leader. Bisogna fare un’accurata analisi di mercato, capire e anticipare la domanda e produrre quello di cui c’è bisogno in questo momento. Con la pandemia ci siamo resi tristemente conto che le mascherine provenivano solo dalla Cina e che noi non eravamo in grado di produrne abbastanza; sfruttando questa esperienza, ma soprattutto i fondi destinati alla riorganizzazione della sanità, dobbiamo spingere gli imprenditori, con l’aiuto di università e banche, ad avviare una determinata produzione e a inserirsi in quella specifica fetta di mercato e creare il “By Campania”: lo fanno tutti, possiamo farlo anche noi.

“Meno tasse, più sinergia pubblico-privato”
Mario Mustilli (Sviluppo Campania) – L’economia della Regione, per superare questo difficilissimo momento di stallo nel quale si trova, ha bisogno di vari interventi. Prima di tutto servirebbe un abbassamento del prelievo fiscale sulle impose dirette. Questo consentirebbe all’imprenditoria di riorganizzarsi, magari è un’operazione che potrebbe essere predisposta adesso, con una durata di tre anni. La riduzione del peso fiscale consentirebbe la ristruttuazione dell’economia regionale, ma sarebbe anche un volano importante per attrarre investimenti esteri. Invece di creare tante piccole zone franche nelle quali gli imprenditori esteri vengono a investire, dovremmo estendere queste agevolazioni a tutto il territorio. C’è qualche provvedimento nel Decreto Rilancio, ma troppo timido se si considera la situazione drammatica che vive l’economia in questo momento. Poi c’è il ruolo delle banche. Premetto che sono tra i sostenitori del lavoro delle banche durante e dopo l’emergenza, ma credo che si possano fare ulteriori passi in avanti. Gli istituti di credito dovrebbero collaborare con gli enti pubblici e con le società di sviluppo regionali. Credo, quindi, che sia fondamentale per il rilancio delle imprese e del settore finanziario, una collaborazione tra pubblico e privato.

Testi a cura di Francesca Sabella